Lettere a Sancio Panza

Month

October 2011

4 posts

La Ragione di Yunis. Parte IV.

image

Insomma ci ho dato due baci a Yunis, uno sguardo di ferrea fraternita’, di quelli inchiodati nell’iride che fanno bene al cuore ed al testosterone, che parevamo pronipoti di Clint Eastwood e Lee Van Cleef solo che non siamo mica belli ne’ brutti ne’ cattivi ma solo due ciarlatani, uno che si deve salvare le chiappe e l’altro che per una buona storia venderebbe le ossa di tutti gli avi con bara, loculo e portalume di rame. Uno zingaraccio della peggior risma.

Insomma mi rifaccio la strada verso casa tutto imbambolato. Che sai Sancio, me ne fotte mica uno sputo a me dei crimini dei babbuini civili. M’infervoro mica. Manco mi sdegno. Ci ho del sangue di rettile nei torrentelli delle vene. Sara’ che se guardi bene, dico se guardi davvero, dico se per una volta, per sbaglio, fai una sommetta, tipo degli ultimi 5000 anni, un pastrocchio, fai che hai una tempera per ogni schifezza fatta dagli uomini ed un’altra per tutte le azioni belle luminose gagliarde sempiterne: che ti viene fuori? Telo dico io, un grigiazzo immortale ti viene fuori, una crosta ignobile che e’ lo scazzo di dio per chi ci crede per me, guarda, a conti fatti, e’ solo che siamo dei macachi ammansiti dai millenni e niente di piu’. Ma c’e una cosa che non riesco proprio a sopportare e mi fa andare in ciampanelle peggio che Trapattoni con Strunz a Monaco: la violenza sulle pupe.

 Dico io, hai mai visto Sancio, anche solo un principio di violenza? Io si, me lo hanno fatto sorbire live in metropolitana che un altro po’ ci cacavo pure nelle orbite allo stronzo ubriaco che si spitonava intorno alla signorina. Bella fica per carita’, me la ricordo ancora. Dico, io sono il primo a fare capriole sadomaso pure cogli zerbini, nell’immaginazione. Ma il punto e’ proprio questo, quella sottilissima linea, rossa dicono alcuni, oltrepassata la quale ci mostriamo spolverati da tutte le cazzate con cui i grilli parlanti dell’umanita’ ci stritolano i maroni da sempre. Lasciano un attimo la presa, quando abbiamo due pinte in corpo, ed eccolo la’, il verme umano. Cioe’ due bicchieroni di Kronenburg ghiacciata ti accopano Omero, Sofocle, Cicerone, Dante, Shakespeare, Spinoza, Madre Teresa, la Madonna e la mamma della Madonna, il povero Cristo, Kant, Tommasi al minimo salariale, Gramsci, Majakovsky, la mamma di Dumbo, la fata turchina, isoldatinell trinceechescrivonoprimadellasortita, Maometto, Berlinguer, Churchill, Cioran,  Platone, Pluto che piu’ buono di lui non c’e ne’, Topolino, Proserpina, Anna Frank, Seneca, Faber, Fellini, la Masina, Fossati tutte le mamme mentre nella pena vi scodellano e chi piu’ ne ha piu ne metta. Stronzo chi prolifera il mito che dopo Aushwitz non possa esistere poesia ne’ storia: l’umanita’ muore miliardi di volte al minuto. E rinasce miliardi di volte al minuto.

Tutto il resto e’ la politica diplomatica di Fonzie, di mamma Cunningham e del terribile novecento che persevera soffrigge malcelato nella bile del nuovo secolo.

Per dirti Sancio che mi faceva un po’ schifo a me questo affare di Yunis. Lui dice che avevan chiavato consensualmente e che la sgualdrina aveva poi conservato le lenzuola sozze di sbobba e chiamato i bobbies e avviato tutto l’ambaradan giusto perche’ lui era un arabo ottuso ed un errore dell’esistenza sua che voleva correggere con un impiegato inglese senza accento da venditore di pollo fritto alla stazione della metro. Che non fa una piega, per carita’. Pero’ le pupe non si toccano, e nemmeno i bambini. I macachi invece possono andare a farsi fottere sotto i cannoni. Se lo meritano per i secoli dei secoli amen.

Quindi io a Yunis non ci mando manco 20 sterline che soldi ne ho pochi e poi mi dimentico anzi rimuovo. Ma lui non demorde. Mi chiama, qualche giorno prima dell’udienza preliminare:

“Ciao amigo, come va la vita?”

“Bene Yunis…come stai tu! Scusa se non ti ho chiamato, sono stato molto impegnato…”

“Non ti preoccupare amigo. Ascolta, ho una cortesia da chiederti. Il mio avvocato mi ha detto che se tu garantisci per me, cioe’ che se io ho domicilio a casa tua, poi posso uscire in attesa che organizzino tutto il bordello del processo. Devi solo autorizzarmi a dare i tuoi dati qui in carcere.”

“Mmmmmmmmm….uaglio’ non credo sia il caso…voio di’…non me la sento di garantire…poi non ti posso ospitare…sono mortificato Yunis….ma….non ti posso aiutare. Pero guarda stasera ti faccio avere i soldi eh! Eh!Eh! Puoi provare a chiedere all’amico tuo Mohamed…io mica me la sento, sorry…”

 E’ naturale che non gli ho inviato un centesimo. Ma sono andato all’udienza preliminare, alla corte della corona, come la chiamano la’, il mattatoio della teppa.

E nell’anticamera della court n 4 me ne sto ad ascoltare gli arzigogoli dei dotti medici e sapienti con Pinocchio che ti arriva da un momento all’altro. Il cavvilletto di giu’ i commi di qua, le sentenze di la’ e manco un odore, dico nemmeno una puzza, una folata di dopobarba o di grassa crema nutriente: questi imparruccati cicisbei non sanno di nulla. Io sto la’ tutto il tempo ad annusarli. Niente. La prima volta che entravo in un tribunale, Sancio. Ti scrissi, quel giorno. Si, perche poi entriamo e tempi e modi vengono stabiliti con poche interruzioni dal giudice, che con voce di chi spiega al figlio la tabellina del tre snocciola tutti gli arrangiamenti tutti i provvedimenti tutti gli incartamenti. Il problema e’ penetrazione vaginale ma bisogna attendere fine Luglio per i risultati degli esami sulle lenzuola. E Yunis se ne sta la’, dietro il vetro di protezione, col birro carcerario che gli poggia il pappo sulla schiena e non ci capisce una mazza di cio’ che dice il giudice e di come il magistrato si oppone e di come il suo penalista lo difende. Penso di aver per la prima volta sentito lo Stato, a trentanni. E mi ha dato sicurezza e mi ha grattato il palato amaro e scrosciato un reflusso nello scroto, tutte quelle parrucche tutta questa legge i tangheri fuori che si preparano nei cantucci insonorizzati coll’avvocato della mutua, tutti asiatici africani neri rumeni polacchi i bianchi e’ sempre un caso giudicano e basta ma ripeto e’ solo un caso. E ho visto la solitudine negli occhi fermi di Yunis. Ci aveva la dignita’ in quelle olivacce ipnotiche. Mi ha notato solo quando il birro lo ha sgrullato per dirigerlo fuori dalla teca di vetro. Sorride, strizza l’occhio. Every thing’s gonna be all right gli leggo nelle labbra di cenere. Mi vuole rassicurare. Ed e’ la seconda volta che mi commuove questo stronzaccio. Si, perche’ ci vuole stomaco a fare i gaglioffi quando la tua vita si sta per trasformare per ventanni in una latrina dove pure le sgommate di merda ti sembrano avere pomeriggi piu’ interessanti dei tuoi.

Ma comunque mi dura poco. Questo sublime sentimento prometeico del cazzaro contro l’ingiustizia sempiterna, intendo. Torno alle mie cose. La data del processo, il 1 Agosto, si avvicina. Casca di martedi’, credo. Venerdi’ mi squilla il telefono:

“Amigo!”

“Yunis…”

“Ho poco credito amigo. Devi farmi una cortesia fratello.”

Eccola. “Dimmi, ti ascolto.”

“Ora ti do gli estremi della mia posta elettronica. Una volta entrato devi trovare la mail con cui l’HR della tua compagnia mi ha fissato il giorno di prova. Fanne una copia e consegnalo al mio penalista, prima dell’udienza. E’ il mio alibi. Puoi farlo per me?”

“Ehmmmm…Yunis…veramente….ok ok ok. Il processo? Martedi’?”

“Si amigo. Grazie, Allah ti benedica, scusa mi sta finendo il credito ciao.”

La trovo sta benedetta mail. Lui naturalmente al carcere non ha accesso al web.

Ma stavo studiando legge per il master in quel periodo, fresco fresco, e sta roba qui mi puzzava di Contempt of Court, che sarebbe che stai impedendo il naturale processo della giustizia. Due anni di gattabuia per il sottoscritto, per intenderci. Allora chiedo al mio coinquilino nigeriano, che lui e’ al terzo anno di giurisprudenza. La risposta?

 “Stay away from this stuff, man.”

 Ma non e’ finita. Due giorni dopo mi chiama il suo sollicitor, l’avvocato civilista che prepara le scartoffie per poi passarle al penalista imparruccato. Anche lui mi fa le stesse domande, sull’alibi. Io ci dico che cosa Yunis mi ha chiesto di fare. La risposta?

 “I would suggest to leave all the activities to our team, sir. We shall contact you if your help came to be necessary.” Una maniera elegante per dirmi di farmi i cazzi miei. Quindi non stampo e non consegno. Ma mi presento in corte, il primo di Agosto. Buca. La data e’ solo indicativa della sessione. Il processo potrebbe aver luogo qualsiasi giorno della settimana. Male, perche’ io devo tornare in Sardegna per le vacanze, Sancio, quei venti giorni che mica me li scordo, Governatore. Poi ne riparliamo.

 In campeggio, mentre inzuppo gli abbracci nel caffe’ vedo il facino smegafonante di Yunis sui connessi Facebook.

 “Not guilty man.” Assolto. Il fatto non sussiste. Che puttane, le donne, Sancio. Un po’ di cannonate  farebbero bene pure a loro. Voleva infilarlo in galera per levarsi di mezzo quella notte in cui si fece tre orgasmi sotto la luna panciuta di Sharm e gli stecchi nodosi di Yunis. Il sadismo femminile ha massa d’attivazione piu’ estesa. Ma se gli ingranaggi si scrostano e girano vengono fuori aborti veri e propri, gli antonimi della vita. Ci covano anche la morte in un cantuccio dell’utero, le donne.

 “Yunis e’ fantastico! Una nuova vita! Yunis!Libero!”

“Si si amigo. Ora volto pagina, Lavoro lavoro e liberta’. Oh amigo…voglio ringraziarti per tutto cio’ che hai fatto. Tu come stai? La tua donna? Riconquistata? Attenzione amigo…il mare?Fai un tuffo anche per me! Saluta tutti a casa! Ciao Amigo! Libia Orra!”

Nei dieci giorni d’inferno che sono stati i preparativi per il ritorno stabile in Sardegna l’ho mica visto. A mala pena mi alzavo dal letto, Sancio. M’ero smunto che pure ci somigliavo, a Yunis. Ho sentito i ragazzi del ristorante. Masaniello dice che e’ venuto a cercarmi. E’ sparito da Facebook. Inghiottito dall’olimpico brusio di Londra.

 Certe abitudini sono dure a morire. Per me la giornata comincia con BBC world service, alla radio. E proprio la settimana scorsa, qualche giorno dopo l’esecuzione di Gheddafi, il reporter raccoglieva interviste per le strade di Sirte riconquistata:

 “Questo e’ un grande giorno per la Libia e per tutti i popoli arabi. Ora sara’ la volota’ di Allah. Il sangue e’ stato versato come sabbia da una mano. Ora nel deserto crescera’ il fiore della rivoluzione, amigo.”

 Mi piace pensare che fosse lui, Sancio. La storia di uomo. Che cosa grandiosa, avere un minuto per essere gli altri. Le parole, o meglio, il silenzio.

 Spero si sia fatto un cannone infinito come il cielo stellato quella notte, il vapore che s’inchiostra sul deserto, quando lo stupro della luce risparmia solo scorpioni, serpenti e timidi ciuffi di sterpaglie. Sterpaglie che resistono, che persistono, vizze, orribili, scarabocchi nell’orizzonte liquefatto. Sterpaglie che resistono nella solitudine della natura.

 Ma basta piagnistei.

 Che Allah ti protegga, Amigo.

 Lavati quei piedacci stronzi,

 Luca.

Oct 30, 201130 notes
#Gheddafi #Legge #Libia #Londra #rivoluzione #stupro #socie #società
La Ragione di Yunis. Parte III.

image

…ma il buio s’e’ aperto in una patacca cisposa cantata dalle dense volute dei piedi di Yunis, rimasti a ronfare beatitudine e tepore per tutta la santa notte,

 Governator che ancor danzi fra i fantasmi.

 Il cappiaccio maledetto che doveva stecchire me medesimo ed i marmocchi con me te lo ritrovo ora davanti il grugno, intorcigliato alla lampada che mi scaracchia luce sui tasti. Un serpentello rosso e nero che no, mica avevo il coraggio di lasciarlo a Londra sto ninnolo di vita vissuta. E come una mano che ti solleva mentre l’acqua nei polmoni ti manda fra le razze, il mattino mi lubrifica il palato canceroso con un’unica, tiepida, argentina certezza: me lo devo levare dai coglioni sto scroccone.

 Cosi’ gli do una sgrullata e ci dico che devo andare a lavoro e’ che vado di giu’ a cincischiargli il caffe’. Patti chiari: mentre io sto a scarpinare fra i tavoli lui deve trovarsi da passarci il tempo. Come mi frega una fava. Come aveva fatto finora, ad incallirsi i piedi sui marciapiedi o a scroccare la rete ed il latte freddo nei salotti sotterranei di Starbucks. Ci saremmo rivisti alla sera, quando il mio piano per l’espulsione sarebbe stato pronto. ‘Na terra de core col disprezzo crucco infilatosi sottocute in 150anni d’Unita’: sono una Lampedusa di carne nervi ed ubbie d’oltremanica.

 Nsomma ci ritroviamo in giardino nel miracolo del sole mattutino che sforbicia le mutandine rosa di quella sguadrinaccia chiavona della mia inquilina polacca. Incastrato fra i DA DA DA del suo clitoride intirizzito e gli ORRA ORRA ORRA degli alluci marcescenti di Yunis. Che notti, Sancio. Comunque stiamo due salamandre che s’inzuppano nel caffe’ e fanno scivolare con libidine i primi fumi nelle vene. Yunis ha il portatile sui ginocchi spigolosi, in bilico. Pare una stamberga di carte.  Obama recita con concione di prete i demoni che si porta nella borsa, fuori camera. Il discorso che preparava la supposta dei bombardamenti NATO per proteggere l’assediata Benghazi. E noi tutti li’ rannicchiati in giardino che ci avevamo i polmoni marci pieni di Storia. Che stronzi.

 Custodisco memoria di quelle passioni, Sancio. Solo qualche mese fa. Ora Gheddafi e’ una polpetta fredda di botulino, pavesata a morte da un poncho nella cella frigorifera der macellaro de Misurata. Sarko e Cameron si sacramentano a Bruxelles e forse anche perche’ ci hanno dei problemi a spartirsi il tortone di sabbia. E soprattutto le candeline di metano. In Tunisia il partito progressista borghese s’e’ appena pigliato una randellata del Cristo Gesu’ alle elezioni. Hanno vinto i signorini della Sharia. In Yemen si scannano le tribu’ ma nessuno ne parla. In Barhain i dottori che hanno curato i culi democratici sono in gattabuia, su caldo suggerimento saudita su bollente imposizione yankee. In Siria Assad stesticola i dissidenti ad uno ad uno, in silenzio, manco si depilasse i peli del culo con le pinzette, uno ad uno. In Egitto le elezioni sono un miraggio, come i diritti dei copti. I palestinesi hanno riabbracciato 447 galeotti tenuti al fresco da Israele, che si e’ ripigliato quel fantino la’ che porello fra pippe topaie s’e’ sbiancato che pare na sogliola al limone. I primi finiranno fra le ascelle barbute di Hamas, il secondo a fare il giardiniere allo Yad Vashem. Prospettive di pace, road map, Oslo, Arab spring secula seculorum, salamalecum, shalom, amen.

 Comunque a Yunis che s’e’ schiaffeggiato una tanica di dopobarba ci do 20 banane e me lo levo dai coglioni per il giorno.

 A lavoro tramo per trovargli un posto di lavoro, indefesso. Passano i giorni, a suon di cazzate, elucubrazioni sulla situazione libica ed internazionale sigarette caffe’ amigo my friend cazzo hai i piedi che ti puzzano come l’infernaccio di satana ma non ho il coraggio di cacciarti di casa DA DA DA ORRA ORRA ORRA ed io manco una polacca da incaprettare un paese da liberare.

 “Amigo- gli fo- stanotte devo scopare. Vedi un po’ se i familiari del compagno tuo se ne sono andati. Mi spiace, spero comprenda.”

 “No problem amigo, ora chiamo e poi ricordati che Yunis sopravvive ovunque, comunque.”

 Ecco, appunto. Mi dispiaceva Sancio, che vuoi. Mica dovevo chiavare per davvero. Certo, un’ostia di dubbi morali mi tormentava il fagiolo. Si Sancio, perche’ la vera generosita’ e’ solo incondizionata. Ma e’ un sacrificio disumano, per pochi. Lo si concede a certi figli, immagino. All’amico che da senza fiatare, all’amante che ti ha inquinato il sangue con un amore immeritato. Esclusi questi rari casi sbobba che non fa per me. Sono un samaritano a meta’, che si forza al gesto munifico solo per cavare un indotto dal bieco marketing dell’anima. Meglio di nulla, penso, alle volte.

 Pero’ gli trovo un lavoro, poco dopo. Si si. Un bel lavoretto nel migliore ristorante della compagnia. Chef addetto alle pescianze. 350 banane a settimana. Piu’ di quanto non pigliassi io, il beduino. Cosi’ gli arrangio il colloquio, che va bene e la prova, che va bene pure lei. Assunto. Fuori dai coglioni. Certo che ho stoffa francescana, per il belzebu’ che sono. Mi chiama tutto entusiasta: ora ha il denaro! Mi andrebbe di dividere la stanza? Alla romana?! Scusa uaglio’, ma e’ un periodo che sto fottendo come un coniglio mannaro. Ci sto scardinando la patata alla malcapitata. Uno smantellamento di orifizi, un turpe carotaggio di carni molli. Non si puo’ fare, I’m sorry. E poi devo scrivere. I’m sorry, indeed.

 Riprendo quindi con rinnovato vigore la mia vita di reporter in erba, quella di crocerossino abbandonata in un pertugio della memoria insieme a Candy Candy e l’attore Terrence. Caramella Caramella e Terenzio. Pensa che boiate, Sancio, l’infanzia. Comunque alle manifestazioni lui non ci andava mica piu’ che adesso, dice, ha una nuova vita e si fottano le rivoluzioni e comunque era piena di spie maledette, l’ambasciata dei progressisti. Pagati da Gheddafi. Mah. Mi sbatte mica una fava, a me.

 Ma il cazzaro suona sempre due volte. Si, perche’ il posto al ristorante delle meraviglie l’ha perso, dopo una settimana. Un complotto, anche in quel caso. Il secondo chef polacco ce lo aveva inviso ed il primo pure, cosicche’ il primo ci ha dato una botta e la mano gli si e’ inzuppata nell’olio caldo ed un altro po’ e si sgarrettavano in cucina.

 “Tutto il ristorante mi ha dato ragione, amigo, lo giuro. Due tangheri, quei due polacchi.”

 “Ok Yunis, mo parlo con la responsabile delle risorse umane. Vediamo che si puo’ fare. Male che vada ti procuro un posto da lavapiatti da qualche parte. Tanto Yunis soppravvive comunque e dovunque, no?!”

 “Si amigo, si, appunto.”

 Ma l’HR stava in vacanza e allora nulla da fare, almeno per una settimana o due. Di ospitarlo manco una metempsicosi lontana.

 Ho scoperto tuttavia che il cazzaro suona pure tre volte, e poi quattro e cinque. Mi dice, una settimana dopo:

 “Amigo…senti..ho poco tempo a disposizione…sono in galera…volevo solo dirtelo…non mi va di parlarne al telefono…il mio numero di matricola e’ XXXXXX. Spero di vederti presto fratello. Sono solo.”

 Ci sono rimasto come un babbasone, Sancio. Che  minchia ha combinato? Preso d’assalto l’ambasciata? Sgozzato il polacco? Spacciato skunk per comprarsi le cicche? Asfissiato colle zampacce fraudolente un islandese in una camerata d’ostello?

 “Mia moglie mi ha accusato di stupro, fratello”, mi fa quando lo vado a trovare in gattabuia. E’ ingrassato, fa un corso d’inglese e cucina. Gli passano 8 sterline a settimana. Le sigarette. S’e’ fatto crescere la barbetta integralista.

 “Inshiallah ne usciro’ bene amigo. Quella cagnaccia della puttana baldracca di  mia moglie e della zoccolaccia putrida della madre. Mi vogliono fare fuori. La pena parte da 14 anni. Si arriva all’ergastolo.”

 Continua…

Oct 24, 201116 notes
#Cameron #Energia #Gheddafi #Islam #Libia #Londra #Obama #Primavera araba #Sarkozi #Tunisia #so #società
La Ragione di Yunis. Parte II.

image

Insomma Sancio, 

ti dicevo che finisco di sistemargli la cuccia a Yunis e mi giro e me lo ritrovo che spinza un tocco di skunk e se lo sfregola sul palmo.

 “Hai una sigaretta, amigo?”

 Ha delle zampettucce striminzite Yunis, dita corte e sottili colla matrice dell’unghia che pare un terrazzamento scistoso sul limitare dell’unula. Tanto infette quelle ditina mulatte la’, che ci vorresti dare una capocciata, Sancio, lo giuro, al rivoluzionario. Rolla con destrezza, slurpa il profilo del tubello che pare uno scoiattolo che s’incastagna. Appiccia.  Mi guata colle olive degl’occhi. Ha labbra viola e denti paglierini. Scrosta i piedacci dalle scarpe estive. Mi mostra la polvere deodorante che ha comprato da Boots, per due piccioli. Mica funziona, Sancio. Ma dice che me ne presta un po’, poi. Gentile. Sguscia fuori dal maglione a collo alto, tutto liso. Rimane un’ostia di pan pepato sommerso dalla maglia della salute. Dev’essersi cacato dal freddo, per strada. La notte precedente un tassita al nord di Londra lo ha svegliato scalcagnandogli la spalla. S’era appisolato fra i cassoni del pattume, in giardino. Ma ora sta mica male. E’ tutto uno sgarrularsi. Uno ciarlare calmo, monumentale, didascalico. Ciuccia dal bobone, trattiene, espira. Pondera. T’inchioda accidenti con quelle olivacce turchesi. Poi parla, lieve. Celentano con un dottorato in letterature maghrebine. Io gia’ sto fra i palmizi e l’arsura  e le lune liquide e i pantaloni corti dei pescatori d’Alessandria e i tavoli all’aperto Chefren Micerino i profumi densi sulla pelle delle sgnacchere arabe la religione ah! Che impedimento agli umori! Quelli femminini! Dico, la canoscenza!… Bona sta skunk! Chimicissima che l’ammoniaca te la senti frizzare nel gargarozzo… Sono un vasto, orgasmico, millenario pregiudizio. Ascolto in silenzio. Questo e’ il poco che ricordo.

 “Dopo l’esperienza nell’esercito andai a salutare mia madre e mio padre. Padre- gli dissi- e’ stata dura. Ma ora il mio sangue libico ha ripreso a fluire nelle vene. Il Colonnello mi ha guardato dritto negli occhi. Sapeva del mio odio. “Figlio prediletto della rivoluzione”. Sono state queste le sue ultime parole, mentre mi osservava con sospetto. Poi baciai mia madre e lasciai casa. Arrivai a Sharm senza un soldo. Ma avevo dei contatti. Presi in affitto il primo yacht. Senza un soldo. Solo con il valore della mia parola. Sei mesi dopo ne gestivo 80. Ero il manager piu’ importante di Sharm. Nessun ufficio, nessun segretario. Solo la mia memoria. Solo la mia parola, il valore della mia parola.”

 Punta l’indice contro le labbra d’indaco, Yunis. Il businness e’ roba da uomini, da scaltri soldati sociali. Mica le burocrazie d’occidente. Organizza immersioni, cene, visite coralline, buffet per i ricchi della Terra. Solo colla sua parola ed il baluginare del suo ingegno. Che fascino. A me pare pero’ che si voglia assicurare un altro paio di notti al caldo. Il fagiolo me l’ha ingrippato mica, la skunk.

 “Poi conobbi Judith. Era bello il bianco del suo corpo nella luce lunare, e sulla spiaggia unimmo i nostri corpi e fummo benedetti dalle schiume del Mar Rosso. La convinsi a rimanere con me, in Egitto. Divenne la regina di Sharm. Non poteva fare un passo senza che un taxi si proponesse di scortarla, o un cameriere le offrisse da bere.  La regina di Sharm. La donna di Ahmed Yunis.”

 Minchia Sancio.

 “Sharm non e’ solo svago e leggerezza. Esiste tanta poverta’, la’ dove nessuno va a vederla, nei quartieri poveri. Cosi’ una volta alla settimana infilavo un rotolo di banconote in tasca e mi facevo lasciare dal taxi al confine dei quartieri vecchi. Continuavo a piedi, nel mio vestito di lino bianco, sedendomi accanto ai mendicanti ed ascoltando le loro storie. Pagavo, pagavo profumatamente per quelle storie. Ma andavo via con il cuore colmo di gratitudine. Sotto lo sguardo di Allah l’oro cessa di luccicare e tutti i fratelli musulmani sono uguali. L’occhio di Allah mi seguiva fra quelle strade diroccate.”

 Il principio del welfare state, da quelle parti, Governatore. Prendi appunti.

 “Avevo pochi nemici. Solo Ahmad Al-Haddad, capitano dell’esercito che con l’inganno mi aveva rubato il cuore di Mofida dai lunghi capelli neri, anni addietro. Avevo fumato quella notte. Avevo fumato tanto. Non tirava un filo di vento a Sharm. Anche le barche al molo traspiravano il loro affanno. Ebbi sete, una sete insopportabile. Entrai nel primo cafe’. File e file di volti bruni fumavano in silenzio lo shisha. Il cameriere correva avanti ed indietro. Ci sarebbe voluta un’eternita’ per un goccio d’acqua. Mi fermai al primo tavolo, senza nemmeno osservare chi vi fosse seduto.

 “Potrei avere un po’ d’acqua?- chiesi. Solo allora lo riconobbi. Era Al-Haddad. Restammo a scrutarci a lungo. La caraffa d’acqua gelata fra di noi.

 “No Yunis. Credo che lei debba aspettare, come tutti gli altri. Non ha perso l’abitudine a voler infrangere le regole, vedo. Non le e’ mai giovato, se ben ricordo.”

 Io e Mofida ci vedevamo di nascosto, ad Alessandria. Io ero studente, lui, cadetto della marina. Si era invaghito della bella Mo vedendola passeggiare per Abd El-Salam Aref. Venuto a conoscere del nostro amore ci denuncio’ al padre di Mofida. Fu la fine del nostro amore.

 “Tu invece Haddad non hai mai smesso d’essere il codardo pallone gonfiato di sempre.”

 “Sa che la posso far arrestare seduta stante, sig. Yunis? Attendo le sue scuse ufficiali.”

 “Credo che le sue informazioni siano un po’ attempate, capitano.”

 E cosi’ sfilai dalla giacca il tesserino del corpo speciale libico per il quale avevo lavorato. Avevo fatto parte del gruppo interforze del nord Africa. I miei gradi avevano valore su tutto il Maghreb. La mia vita militare era conclusa, certo. Ma non avevo resituito la tessera, e la pistola.

 “Adesso la voglio sull’attenti, Haddad. Ed i suoi documenti, per favore.”

 Il volto di Haddad si fece di pietra. Infilo’ lo sguardo assassino dentro il mio, per attimi che sembrarono eterni. Si alzo’, facendo vacillare la brocca, spargendo acqua sul tavolo. Scatto’ sull’attenti, sfilando i documenti dal portacarte. Me li porse, senza mai smettere di fissarmi. Arrivo’ nel frattempo mio cugino Aziz, che aveva assistito a tutta la scena.

 “Ahmed” Cosa fai?! Vieni via, vieni via. Ho io l’acqua. Forza, andiamo.”

 Mi trascino’ via tal tavolo di Haddad. Ancora continuava la battaglia degli sguardi.

 “Tengo io i suoi documenti capitano. Li riavra’ al momento opportuno.”

 Ci sedemmo ad un tavolo non troppo distante. Bevvi finalmente l’acqua. Accesi una sigaretta. Haddad parlottava con i compagni del tavolo, livido.

 “Ho dovuto avvisare Nonnno, Ahmed. Mi spiace. Ho temuto per te.”

 “Spero tu stia scherzando”, risposi.

 “No. Sta arrivando.”

 Lo vidi arrancare, varcando con il bastone l’ogiva dell’entrata. Avanzava a passi lenti, dritto come una colonna. Mi si paro’ innanzi.

 “Ahmed.”

 “Nonno Yunis.”

 “Dove sono i gentiluomini con i quali ha discusso?”

 “Non sono gentiluomini nonno.”

 “Dove sono?”

 “La prima fila. Primo tavolo.”

 “Andiamo.”

 “Con tutto il rispetto nonno. Avevo chiesto solo un sorso d’acqua. Non e’ forse da buoni musulmani aiutare chi e’ in difficolta’?”

 “Non quando i fratelli musulmani si sono fumati il cervello. Il capitano e’ un uomo rispettabile. Non voglio che la mia famiglia sia coinvolta in volgarita’ da mercato. Ora vai e porgi le tue scuse Ahamed. E’ il padre di tuo padre a dirtelo.”

 Da noi funziona cosi’, amigo. Tornai al tavolo di Haddad. Mio nonno mi seguiva, cosi Azziz. Porsi i documenti, in silenzio.

 “Sono addolorato per il comportamento di mio nipote, capitano. La mia famiglie le porge scusa.”

 “Non si preoccupi nonno Yunis. E’ stata una sciocchezza. Colpa di entrambi. Due teste calde io e suo nipote. Cose che si possono risolvere da bravi egiziani e da bravi soldati. Vero Ahmed?!”

 “Certo capitano Haddad. Mi spiace davvero per l’accaduto. Spero voglia perdonarmi.”

 Ci avviammo fuori dal locale, seguendo nonno Yunis. Un mese dopo la macchina del capitano esplose  nel giardino di casa, amigo.

 S’accende una paglia Yunis, sporgendosi dal lucernaio, come gli avevo chiesto. Lo seguo. Geere road e’ deserta, come sempre. C’e solo Duemutande che passa in rassegna i sacchi del sudicio, zigzagando fra le macchine addormentate. Buon vecchio Duemutande, Sancio.

 “Poi sono cominciati i guai, amigo. Quella cagna di mia moglie ha cominciato a fare le bizze. Voleva far nascere John in Inghilterra. Ok ho detto, abbastanza giusto. Passaporto inglese, ospedale inglese. Ho preso un mese di ferie e sono partito per Londra. Il punto e’ che dopo la nascita del bambino l’Egitto, secondo mia moglie, e’ diventato soffocante, retrogrado, oppressivo. Secondo lei e secondo quella gran bladracca di mia suocera. Le cagne. Cosi’ ho prelevato tutto il denaro che avevo in banca e l’ho versato per quella casa di merda al nord di Londra, Finchley. Ed ho cominciato a lavorare nei ristoranti. Cosa ti fa fare, amigo, la figa.”

 “Ed ora?”, mi permetto di chiedere.

 “Ora?! Ora mi ha buttato fuori casa. Lontano dai miei John e Margaret, la secondogenita. Sono stato interdetto. Mi ha accusato d’essere violento. Solo perche’ una volta mi ha fatto incazzare.”

 “Cosa e’ successo?”

 “Faceva la puttana in giro, quando andava a fare la spesa. Bisognava darle una lezione. Le donne, amigo.”

 Ohi ohi Sancio. Mi piace mica st’affare qui.

 “Ti mostro una cosa, amigo.”

 Da una schicchera alla cicca e si dirige versoil fagottacio suo. Piglia qualcosa da una delle tasche. Mica capisco cos’e. Almeno finche’ non lo dispiega. E’ un cavo elettrico in guisa di cappio, Sancio.

 “Pare che la puttana stia vedendo un altro. La ripassata che le ho dato la settimana scorsa non le e’ bastata. Un inglese. Sto andando a casa ogni notte, per vedere chi va a farle visita. Questo e’ per loro quattro, amigo. Allah mi e’ testimone. Per il bastardo, la puttana ed i bambini. Gliel’ho ripetuto tante volte: ricordati che sono arabo. Judith, sono arabo. Non farmi oltrepassare il confine.”

 Chiaramente me la sono fatta nelle mutande, Sancio. Lo chef rivoluzionario pasionario soldato libico fervente patriota ossequioso figlio e nipote sventrapapere  manager di successo mecenate pronto a dare il sangue per la patria, ora tiene fra le mani un cavo elettrico con cui vorrebbe sterminare la sua bella famigliola. Ed io ho appena finito preparargli con amore il lettuccio in camera mia. Perfetto. Bravo. Che samaritano!

Calmo, mi ripeto. Devi stare calmo. Questa e’ solo paranoia. E’ un bravo uaglione. NO NO NO! E’ uno stramaledetto tagliagole ed io gli ho preparato l’arrabbiata dei miei coglioni e ci devo trascorrere la notte! Sancio ero paralizzato. Bocca asciutta, occhi di fuoco ed uni sfintere che non ci sarebbe passato uno ago figurati un cammello.

Torna verso di me. Mi guarda, in silenzio. Indica qualcosa fuori dal lucernaio.

 “Guarda amigo.”

 La luna. Questo suo marlonbrandeggiare mi ha sfinito. Luna pingue, languida.

 “Noi non siamo reponsabili delle nostre azioni. Allah lo e’. Tutto accade perche’ Allah lo desidera. Allah e’ ogni cosa. Passato, presente, futuro. Intenzioni, sogni, azioni. Allah dice che devo mantenere il mio onore di musulmano. Ed io sono suo schiavo obbediente. Guardo la luna e vedo la sua bellezza, la sua ferocia. Sono i due volti di Allah.”

 “Sei anche poeta?”, cerco di ungerlo, sai com’e’ Sancio. Magari invece del pisello mi taglia solo le orecchie prima di derubarmi.

 “Per molti anni sono stato poeta, si.”

 Bene, ora ha smesso. I poeti muoiono giovani Sancio, si sa. Ed io ho davanti agli occhi i corpicini bluastri di John e Margaret. Sono stanco morto, voglio dormire, anche se il cuore mi skunkeggia in gola.

 “Uaglio’ senti io sono stanco. Mi stendo. Tu stai sereno. Stai al computer se ti va.”

 “Ok amigo. Sto un po’ su Facebook, non ho sonno.”

 Collega il computer. Accende. Mette su una melodia che mi deve assolutamente far sentire. Una ninna nanna, a suo dire. Parte la piu’ sinuosa e classica delle musiche arabe. A me sembra l’urlo atavico di tutti i minareti della terra che invocano il mio sbudellamento. Una ninna nanna di morte. Sicuramente lo fa con tutte le sue vittime. Io John e Margaret. Un bel grappolo d’uve spremute sul pavimento.

 “Notte Ahmaed”

 “Notte amigo.”

 …Allahmmmmeeelllaaaaaauahiiiiiimrebaaaaaaaailllaaaaaaauaeeeeeeeeeeeee…..orraaaaaaaauasiiiiiincrteeeeeedasooooooomaccaeeeeeeeeshuassiiiiiiiiiiiiiidaaaaaaaaaaaaaaaeeeeee..

 Perdonami Sancio se son partito senza di te sarei tornato un giorno lo giuro perdonami ma no magari e’ un bravo uaglione tutte paranoie… che tristezza schiattare cosi’avremmo dovuto girare il mondo fare mille battaglie vincerle perderle scoprire scrivere curare gli animi… invece…che fine infame per un cavaliere…notte Sancio…notte…non dimenticarmi…il tuo D….

 ….la skunk mi pianta un seme di nulla nel fagiolo. E’ l’oscurita’.  Un’oscurita’ vuota come quella di domattina, se non mi sveglio….

 …continua….

 

Oct 15, 20116 notes
#Egitto #Libia #Londra #Primavera araba #rivoluzione #so #società
La ragione di Yunis. Parte I.

image

Sancio,

 fai bene tu ad occuparti dei piccoli cuori della tua piccola Isola,

che il tempo delle genti, quello ordinato dei libri e dei giornali, e’ solo una patacca con cui mettiamo a nanna il Caos. Ogni giorno ci addormentano il fagiolo con le parole: rivoluzione, guerra, crisi, dolore, successo, democrazie dittature primavere ingiustizie giustizia comunita’ internazionali il Big Ben pendente la torre di Pisa raddrizzante, le mani accartocciate come foglie in fiamme dei poveri quelle distese e pingui come squali dei ricchi. Tutte fandonie.

 Che mi e’ capitato fra le mani un libello,  “La ragione araba”, di un capoccione marocchino, il sig. Mohamed Abed al-Jabri, filosofo. Ho letto:

 “In piu’, il lettore arabo e’ schiacciato dal suo presente. Cerchera’ cosi’ nella sua tradizione dei garanti sui quali proiettare le sue speranze ed aspirazioni. Confondendo il sogno e la realta’, spera di trovare nella tradizione “la scienza”, “la razionalita’”, “il progresso”, insomma tutto cio’ che ne’ il sogno ne’ la realta’ nel suo presente gli offrono. Per questa ragione, lo si vedra’ precipitare il senso delle parole nel senso della sua attesa. Raccogliendo cosi’ alcune cose e volgendo le spalle ad altre, egli spezza l’unita’ del testo, ne fraintende il significato e lo situa fuori dal suo contesto cognitivo e storico”.

 Non t’allarmare Sancio, al-Jabri dice solo che la cucuzza araba funziona diversamente dalla nostra, che se un crucco vede una pietra sul selciato la piglia l’osserva nella sua frastagliata geometria poi se la mette in tasca che quando torna a casa decide di dedicare un mese a descrivere questo sasso qua. Un arabo pure lui la raccoglie, ma poi la guarda e pensa che ci ricorda il volto rugoso del nonno quando gli insegnava che il mare e’ grande e ci sono i pesci dentro e noi siamo come i pesci pero’ siamo fortunati che guardiamo la mezzaluna e la mezzaluna ci vuole bene che non c’e mica da preoccuparsi pensa a tutto lei. Bhe, ho una storia da raccontarti a questo proposito. La storia di Ahmed Yunis.

 Yunis divideva il tempo fra l’angusta cucina dello “Spred Eagle”, un pubbaccio per le crasse tinozze delle camice bianche, e il suo unico, grande amore: il caffe’ americano e le sigarette. Io lavoravo la’ di fronte e mi vedevo tutti i giorni sti occhi verdi che si muovono come il mare incastonati il un fastello di nervi, sto cristaccio che batte lo sguardo sulla gente come la risacca sulla spiaggia e nel frattanto spompa le paglie manco ci avesse i demoni al culo. Insomma mi ricordo mica come ma abbiamo preso a parlare.

Prima del calcio, poi siccome del calcio mi frega una fava abbiamo cominciato a fare i bucanieri e a discutere sui culi delle puledre al galoppo, che da quelle parti sono fasciati in gonne calcolate al millimetro e le gambe respirano si stropicciano s’enfiano addestrate dalla palestra e marzializzate dal rintocco dei tacchi. Due perdigiorno allupati, per farla breve. Amici io e lo chef egiziano, insomma. Poi pero’ un giorno e’ sparito ed io ho continuato a inebriarmi di sciampetti solo soletto.

 Due anni dopo, una bella domenica pomeriggio prendo Ronzinante e punto il becco verso l’ambasciata egiziana, che la sera prima un bordellaccio della madonna aveva infiammato Tahrir square al Cairo e siccome io facevo il master di giornalismo e mi volevo masturbare un po’ il cerebro di reporter sognante allora ci sono andato all’ambasciata, che a Londra, questo e’ il bello, c’e’ il rinculo di ogni fesseria che capita nel mondo. E infatti davanti all’ambasciata, era gennario, ci trovo un gruppo di dimostranti che pure loro, emigrati camerieri cuochi borghesotti e femmine fasciate e femmine occidentalizzate e bimbetti che ci capiscono mica un’acca s’erano rotti i maroni e volevano che Mubarak si levasse dai piedi. E c’era pure Ahmed, anzi, era il capo della sommossa. Mica me lo scordo, Sancio. Chiedeva ai compagni all’intorno un pezzo di carta ed una penna, s’acculava in un angolo e s’immergeva a scarabocchiare, come un pargoletto che disegna la mamma. Cancellava correggeva aggiungeva sostituiva. Rosso, l’inchiostro era rosso. E poi ciulava il megafono al babbeo di turno, si faceva sollevare dalla folla e recitava le rime di sdegno, di rivoluzione d’amore.

 Che quando aveva sentito dei casini in patria aveva affrescato un pezzo di cartone e si era presentato all’ambasciatore a Londra, che lui alla sua patria ci tiene e voleva dirci due parole, al rappresentante profumato di Mubarak. E ci voleva dare quest’opera di passione civile. Lo hanno tenuto ad aspettare  quattro giorni, e lui per quattro giorni e’ tornato. Poi s’e’ rotto i maroni, ha mollato il lavoro di chef in un ristorante francese ed e’ diventato un rivoluzionario di professione. Colle pezze al culo, ma un rivoluzionario. E allora siamo divenati di nuovo “amigo”, che lui a furia di scottarsi fra i fornelli l’italiano lo mastica, pero’ ora si parlava di rivoluzione e storia e diritti e non piu’ di femmine. Si invecchia in fretta, Sancio. Insomma, tutti i giorni davanti all’ambasciata, lui a strillare io a fotografare scribacchiare. Poi a febbraio gli americani hanno detto ai militari che per loro andava pure bene e allora Mubarak s’e’ imbucato nella reggia di Sharm e poi ci e’ venuto un coccolone apoplettico e la rivoluzione ha vinto anche se ha vinto mica guarda che capita oggi ai copti. Mica sai cosa succede, quando apri il vaso di Pandora, Sancio.

 Comunque qualche tempo dopo pure i libici s’incazzano e allora io che a masturbarmi ci avevo preso gusto che gia’ mi vedevo come Robert Fisk piombo davanti all’amasciata libica, a Knightsbridge. Ci ho scritto pure un affare, “Nessuno scrive al colonnello”. Pare un secolo fa, Sancio, che io e Masaniello scarpinavamo su e giu’ come due monelli.

E chi ci trovo, la’? Ahmed. Si perche’ la mamma, era avvocatessa egiziana, ma il babbo, schiattato da tempo, era libico. Due passaporti, due rivoluzioni, nessun lavoro. Rivoluzionario serio, lui. Sempre in piedi, vigile, a spompare le paglie. Lui, mi ha poi detto, quello che ha organizzato la sostituzione delle bandiere, che ogni giorno alla manifestazione un uglione s’arrampicava per il balcone, raggiungeva il pinnacolo, levava il drappo verde per sostituirlo col bandierozzo della rivoluzione, quello della monarchia prima che arrivassero gli italiani a smaniacciare lo “Scatolone di Sabbia”.  La storia, Sancio. Avesse saputo, Giolitti, che saremmo andati in merda coll’energia.

 Un giorno poi, io sfaticavo fra i tavoli, me lo vedo davanti allo “Spread Eagle”, con la tazza di americano e la cicca in bocca. Vado in pausa pure io, che volevo aggiornarmi.

 “Ti saluto, amigo, parto per la Libia. Vado a combattere”.

M’ha fatto piangere, lo stronzo, Sancio. Che eravamo li’ a parlare di pupe il giorno prima e ora lui se ne andava a far la guerra e morire per il suo paese e riscattare la vitaccia nei ristoranti e provare un brivido e dare ciccia alle illusioni e premersi nel sangue per il sogno degli uomini. Mi pareva di stare davanti a Robert Jordan e Maria e piangevo. Pensai pure a te, ricordo, Governatore.  E l’ho osservato a lungo, mentre andava, sciogliersi fra le puttane dei neon ed i saldi di Oxford Street.

 Due settimane dopo pero’ mi trilla il telefono: Yunis. Mica e’ partito. Dice che vuole incontrarmi. Ok, dico. Ci sediamo nei tavoli all’aperto del ristorante mio, con due brocche d’infuso che tirava un freddo della malora.

 “Era tutto pronto. Al Cairo dovevamo trovare i contatti che ci avrebbero condotto attraverso il confine, e da li’ fino a Benghazi. Il mio amico poi ha fatto storie. Ad un tratto non mi son piu’ sentito sicuro. Poi ho chiamato mia madre. “Madre- le ho detto- sto venendo a trovarti”. Ma mia madre mi conosce. Ho sentito un tonfo, ed il ricevitore schiantarsi a terra. Mia madre e’ stata trasportata d’urgenza in ospedale, amigo. Infarto. Ho deciso di non partire”.  

Insomma stiamo li a ciucciare te’ e fumare ed io li ad ascoltare le strategie militari per conquistare l’occidente libico che Yunis e’ stato nell’esercito libico per quattro anni, in un ufficio speciale segreto attraverso cui aveva sotto controllo tutto l’esercito dell’est che lui era uno dritto addestrato come un marines ma intelligente pero’, che gia’ nel ’94 lui era tecnico informatico diplomato in economia lavorava per una filiale dell’Alfa Romeo ma poi un giorno e’ andato a trovare i nonni in Libia e glielo hanno sbattuto nel culo, coscritto per Gheddafi e allora dicevo, quattro anni du penuria e sbobba poi lui, e dico lui s’inventa la sfilata davanti al porto di Benghazi delle forze armate in massa con cui il colonnello voleva impressionare tutti i papponi africani e creare un continente unico e la sfilata fa un figurone della madonna e allora lo scagionano e se ne torna di Egitto, ad Alessandria, da mamma’. Ok, mi son detto, io qui sento puzza di cazzaro, altro che di eroe. Ma lui con Google map continua a parlarmi dell’assedio di Benghazi con tale precisione che io comunque lo ascolto.

 “Ok, uaglio’, io mo torno a casa che ho da scrivere un pezzo. Tu dove stai abitando?”

 “Per strada amigo. Son due giorni che dormo per strada. Ho finito i soldi. Il mio amico Mohamed non mi puo’ piu’ ospitare. Fa freddo”.

 Eccola la’. L’olezzar di cazzaro aumenta. Ma che vuoi Sancio, esito un po’ poi ci dico che lo ospito io. Infila il laptop nella saccoccia e salta su come un elastico, contento come una pasqua. Compra olive nere e pane arabo con una banconota da venti, davanti a casa, che il governo gli passa 100 banane alla settimana per la disoccupazione ma ora c’e’ un problema in banca e sta spiantato. La puzza dilaga. Gli fo un piatto di spaghetti all’arrabbiata. Li divora, smuntarello com’e’. “Buono, buono amigo”.  Si va in camera, gli preparo il letto. Quando mi volto sta rollando un cannone.

Continua…

Oct 12, 20111 note
#Londra #Mohamed al-Jabri #Robert Fisk #copti #giornalismo #primavera araba #società
Next page →
2012 2013
  • January 3
  • February 2
  • March 2
  • April 3
  • May 1
  • June 3
  • July
  • August
  • September
  • October
  • November
  • December
2011 2012 2013
  • January 4
  • February 5
  • March 8
  • April 4
  • May 7
  • June 5
  • July 4
  • August 5
  • September 1
  • October 6
  • November 2
  • December 1
2011 2012
  • January
  • February 3
  • March 6
  • April 6
  • May 7
  • June 5
  • July 4
  • August 3
  • September 8
  • October 4
  • November 6
  • December 4