Lettere a Sancio Panza

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May 2011

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A pranzo col "terrore". Fra cowboys e jihadisti siamo noi a pagare il conto.

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Egregio Sancio Califfo d’Isole,

sceso a Southall dopo aver scazzato due treni quasi mi viene un coccolone. Le indicazioni sono chiare: “Uscito dalla stazione giri a destra e percorri la strada fin quando non intersechi la Broadway. Gira poi a sinistra e vai sempre dritto. Il ristorante sta la’. N 185. Si chiama lo “Spicy Village”. Ci vediamo a mezzogiorno e mezzo”. 

 Saranno le traveggole del poco ossigeno, ma mi pare che sto in qualche oasi mercantile allestita fra i cunicoli del Tora Bora. Altro che Gran Bretagna! Ti basta abbandonare la Central line ad Ealing Broadway e pigliare il treno per quattro fermate che ti ritrovi in un angolo imprecisato dell’Asia…perdipiu’ e’ festa oggi, e le truppaglie scrosciano per la strada principale…e tutt’un inverdurarsi di bancarelle, sacchi di semenze, pesci sguizzanti pescivendoli strillanti, sartorie d’abiti da sposa, boutique del velo in barba ai francesi, macellerie dove si squartaron agnelli e vacche, i porci stanno a mezz’ora di treno! E ancora gioielli chincaglierie specchianti, nugoli di donne canticchiano sghignazzano, il barbuto rivenditore da uno scranno sulla bancarelle di musiche sgargianti flippa la manopola…esplode un rimbalzo cingommoso…invade la strada…dev’essere l’ultima hit della disco-dance orientale. Ritmo elettronico di Papa’ Occidente sul quale s’innervano oblungazioni geroglifiche arabe. ‘Nsincretismo che te disce gia’ tutto. Ma io dribblo la folla che paro Messi in aria di rigore. “Il Villaggio speziato” m’attende, e ho gia’ lo sfintere che mi va su e giu’ come la campana d’uno sturalavandini.  

 Ho incontrato Abu la settimana scorsa, davanti a Downing Street. Obama entrava ed usciva dal numero 10 con la sua limousine nucleare e lui, Abu, gridava e s’incazzava e sproloquiava insieme ad un altro centinaio di compari, quelli di varie organizzazioni jihadiste, fra le quali il MAC, i “Musulmani contro i Crociati”. Almeno loro sono piu’ sinceri sulle forme di linguistiche da adottare in battaglia. Una volta a settimana, solitamente il venerdi’ di preghiera, si riuniscono davanti all’ambasciata americana per infamare i cowboys. Uno slancio di tuniche e burqua e barbe e barbette e kefie di tutte le eta’. Ci stanno pure i bimbi. Ma attenzione a fotografarli. Una mamma inviperita m’ha dato del pedofilo mentre ghiacciavo un primissimo della sua madonnina nera, il broncetto d’una bimba di 4 anni stranita dal lupanare intorno.

 Comunque…staccionati come vacche in calore da una doppia fila di transenne sbraitavano contro Obama Bin Nobel e all’occasione interloquivano coi passanti. Qualche provocatore, il solito turista-canadese-con-accento-yankee-appena-sfornato-dall’universita’-democratica se l’e’ pure vista brutta, che qualche braccio nerboruto s’e slanciato dalle transenne e l’ha afferrato per la collottola. Ma la presenza della polizia e’ massiva. Gli invitati alla festa vengono scortati da un quadrato di birri che si apre solo per far defluire i nuovi arrivati dentro la stazione di pascolo. Misure precauzionali. Niente microfono. I barbuti jihadisti devono sgolarsi. La democrazia e’ l’arte della sordina. Tra uno scatto e l’altro mi chiedevo se non sarei presto diventato una polpa di carne pulsante, un filetto di cinghiale sardo piombato dall’esplosione nel giardino dove Obama e Cameron si gingillano sul barbeque. Se capita spero proprio di causare una gloriosa cacarella. Il sogno di ogni onesto giornalista. Povera mamma, pero’.

 Comunque ci sono arrivato al “Villaggio Piccante”. Abu dice che e’ in ritardo. Arrivera’ verso l’una e un quarto. Ordino un succo d’arancia ed aspetto. Sono maestri nelle spremute di frutta fresca, da Istanbul in poi, Sancio. E lo stomaco che ha visto solo caffe’ esulta in uno spasmo edenico. Speriamo Abu muova il culo. Alle 3 devo essere ad Holborn, central London, che io e Mascarin dobbiamo andare ad una conferenza dove interviene Nawal al Saadawi. Una vecchietta egiziana con due coglioni come due bisacce da sella, Sancio. Poi te ne parlo. Ora sto aspettando che sto Abu arrivi. E’ gia’ l’una e mezza.

 Mentre mi trastullo col passaggio dell’Asia alla finestra arriva un figuro. E’ un altro Abu.

Non capisco. Questo lo conosco. Era pure lui alla manifestazione. Appare nell’album fotografico che ho pubblicato…un metro e ottanta d’ossa ricoperto da una tunica bianca come la neve, ricamata da delicati rilievi floreali nela fila dei bottoni…un faccino smunto sul quale s’inerpica una barbetta in via di proliferazione. Tutto serio si presenta e si siede.

Rovista il telefono. Gl’occhi s’accendono quando gli mostro la foto della manifestazione.

La leggerezza abbatte qualsiasi turrita elaborazione del pensiero.

Mi dice che Southall e’ popolata quasi interamente da pakistani ed afgani. Prime e seconde generazioni. E’ disoccupato. Poi, senz’indugio, parte alla riscossa:

 

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“Qual’e’ per te il vero significato dell’esistenza?”

E mo che gli dico.

 “Vai dritto al punto cumpa’…guarda…io…ehm…io sono curioso…e poi mi piace l’idea che si possano fare delle cose decenti per le persone…sai…”

 “Si- interviene- ma guarda questo bicchiere.”

Ribalta un bicchiere dalla mis-en-place, palesandone la concavita’.

“Questo bicchiere ha uno scopo. Anche tu ne hai uno. Non puo’ essere che tu muoia e tutto sia finito. Esiste una legge sopra di noi, quella dell’Islam professata dal profeta Maometto, che Allah lo abbia in gloria.”

 Pure d’accordo, ci vuole una missione, un senso. Mica lo contesto. Ok, la butto sull’interreligioso.

 “Guarda cumpa’…la visione integrale, “ lo stile di vita”, come lo chiami tu, appartiene a tutte le religioni. Tutte le religioni sono integrali, in questo senso. E credo sia cosa buona. Io, per me, sono una specie di oggetto postmoderno. Mica ce la faccio a seguire una regola. Non mi sconfinferano affatto le regole. Sono una specie di integralista di me stesso, se ha senso. Mi faccio gli affari miei senza disturbare nessuno, in poche parole.”

 La risposta non l’oltraggia. Sicuramente non gli piace, ma forse ha capito che con me si puo’ parlare, dopotutto. Vengo salvato dall’arrivo di Abu, Abu maior.

Tarchiato, di pelo assai piu’ consistente. Occhi neri e duri. Loquela facile, affilata, senza fioriture, procede verso il senso come una freccia scoccata. Ha la consequenzialita’ del pensiero irremovibile. Io avevo gia’ programmato di lasciarlo andare, comunque.

Ordiniamo. O meglio, Abu maior ordina per me che io il menu non lo conosco. Credo sia qualcosa con l’agnello, intercetto. Arriva una brocca di succo di mango. Deliziosa.

 “Abbiamo 25 minuti a disposizione. Poi dobbiamo tornare alla preghiera”

 Ma come…mi hanno fatto aspettare per tre quarti d’ora…vabbe’…

Sistemo il registratore nell’incavo del bicchiere vuoto. Lo avvicino ad Abu maior. La funzione delle cose e’ imprevedibile, penso, caro Abu minor. L’intervista ha inizio.

 “E’ cominciato tutto nel 1924, con la caduta dell’Impero Ottomano. Cio’ che prima era unito si e’ frammentato in 55 diversi stati grazie all’oculata intercessione di Francia e Gran Gretagna. Poi dall’11 settembre 2001 ha preso un’altra piega, naturalmente. Avendo sconfitto il Nazismo ed il Comunismo l’Occidente doveva trovare un altro nemico sul quale imporre la propria egemonia. Cio’ che e’ capitato a New York e’ nato negli anni ’80, quando, almeno secondo l’Occidente, ha avuto termine l’epoca coloniale.”

 Abbastanza d’accordo.

 “Come ha detto Osama Bin Laden esiste il campo della verita’ ed il campo della menzogna, il terrorismo PER la vita ed il terrorismo CONTRO la vita.”

 A me sembrano due terrorismi che fanno a gara chi terrorizza di piu’.

Arrivano le pietanze. Riso speziato con bocconcini d’agnello. Ho una fame della malora.

Ascolto al ritmo di possenti cucchiaiate.

 “Quando il Grande Orso, l’Unione Sovietica, invase l’Afghanistan, tutto il mondo penso’ che fosse una guerra da concludere in 3 mesi. Dopo dieci anni il Grande Orso dovette abbandonare il campo. Il crollo dell’URRS segui’ poco tempo dopo. Non siamo contro gli occidentali ma contro i governi occidentali.

 “Gli americani hanno dato origine a due guerre per vendicare il 9/11, la morte di 3000 persone. I paesi musulmani subiscono un 9/11 ogni mese. Vecchi donne e bambini vengono uccisi quotidianamente dai bombardamenti americani. Ma a quanto pare il prezzo del sangue e’ come la valuta. Quello musulmano puo’ essere versato come acqua.

Per questo proclamiamo la jihad e crediamo nella Sharia, per questo invochiamo l’Islam come una integrale visione della vita che domini sull’intera terra.”

 “La jihad implica l’utilizzo della violenza come strumento di lotta. Nella vostra politica esiste spazio per simili strategie?”

 “Noi desideriamo vivere in pace in questa nazione, e l’uso della violenza non fa parte delle nostre scelte. Ma devi capire che nei paesi dove i fratelli musulmani si trovano sotto l’attacco delle potenze imperialiste, la risposta deve essere diversa, e ogni musulmano ha il diritto di supportare questa lotta. E coloro che hanno votato i governi che esprimono queste politiche imperialiste sono colpevoli come i loro governi.”

 Allora qualche povero occidentale puo’ perderci il culo, alla fine. Abu non puo’ esprimersi in forme dirette. Non lo biasimo. Neanche gli occidentali lo fanno. La guerra e’ sangue, poche storie.  La guerra e’ il sangue degli innocenti. Sono loro che morendo fanno piu’ baccano.

Ok. “Cosa pensi della democrazia, Abu?”

 “Comincio col dirti che in questa democrazia non abbiamo liberta’ d’espressione. Hai visto anche tu il trattamento ricevuto a Downing street. Gli agenti del MI5 ci perseguitano. Hanno addirittura cercato di infiltrare alcune talpe nella nostra comunita’.

A Guantanamo il governo americano fa scivolare delle prostitute nelle celle dei prigionieri. Pensano di poter violentare l’integrita’ dell’uomo musulmano.”

 Mi chiedo se sia vero. Lo fosse…Obama e’ proprio un politico sofisticato.

“Noi non guardiamo nemmeno le donne, ne rispettiamo la sacralita’.”

Anch’io ne rispetto la sacralita’. Sara’ per questo che le voglio ingroppare tutte.Ma anche la loro maniera non mi sembra sbagliata, Sancio. Le donne vanno glorificate.Con loro al potere tutte ste cazzate e sto sangue non ci sarebbero. Ma Condoleezza Rice e la Clinton…Vabbe’, ce ne sarebbe meno.

 “Guarda oltre questa vetrina. Questo stesso punto stanotte sara’ pieno di vagabondi e drogati e prostitute. La societa’ e’ afflitta da gravidanze minorili. Quando vai in giro hai paura che ti rubino il telefono, ci devi mettere il pin, si o no?!”- dice mostrandomi l’ultimo modello dell’Iphone- in Giappone il tasso di suicidi e’ elevatissimo. Le persone si buttano quotidianamente dai tetti delle fabbriche.

 Che il Giappone dopo la seconda guerra mondiale abbia bevuto cocacola fino a fottersi il cerebro lo penso pure io.

 “ Il profeta Maometto, la pace sia con lui, ha detto che nessuna legge puo’ esistere sopra quella santa del Corano. Il fatto stesso che esista un apparato di regole che domini il tessuto del pensiero religioso e’ inaccettabile per noi musulmani. Questa e’ la contraddizione di fondo.”

 “Che forma dovrebbe assumere allora il perfetto stato musulmano? Qualcosa che ricorda l’Iran degli Ayatollah?”

 “Niente affatto. L’Iran e’ Shia. Noi non abbiamo nulla a che fare con quella frazione dell’islamismo. Cio’ che auspichiamo e’ la riproposizione del progetto che i talebani avevano iniziato dopo la ritirata russa. Molti portano esempi sciocchi per descrivere questo sistema come barbarie. Quello delle donne per esempio. Il corano incoraggia l’educazione musulmana delle donne. Se durante il governo talibano queste non hanno potuto frequentare e’ stato per ragioni di sicurezza. In giro c’erano ancora troppi avanzi comunisti, cani sciolti, stupratori. Andare a scuola non era sicuro.”

 Questa, mio caro Abu maior, e’ una stronzata da quattro soldi. Passo falso.

 “Nella storia della legge islamica ci sono state solo 100 mani tagliate per furto. Guardati intorno. A Londra almeno 200 case al giorno vengono visitate dai ladri. La democrazia e’ la schiavitu’ dell’uomo che si piega ai suoi desideri irrazionali.”

 A me sti desideri irrazionali me gustano, pero’. La democrazia e’ portata avanti da babbei, d’accordo….pero’…

“E i pedofili, che pena dovrebbero affrontare?”

 “I pedofili verrebbero giudicati, e se trovati colpevoli un palo verrebbe inserito loro nelle terga, fino ad uscire dal collo. Potrai pensare che e’ barbarico, ma serve da monito per la societa’. Nessuno oserebbe ripetere l’errore.”

 Cazzo…ripenso alla manifestazione, alla bimba alla foto ed alla mamma incazzata…e se qualcosa andasse male durante il processo…gia’ mi vedo col buco del culo largo come una grondaia…il palo che mi esce dalla clavicola…io che guardo l’orrore con cio’ che mi avanza della vista…sotto il sole cocente o la neve dell’Afghanistan…mi passa quasi la fame…

 “Cambiamo discorso…cosa pensi della Primavera Araba?”

 “Penso che la gente non abbia grande chiarezza in cosa debba seguire a questi sussulti. La verita’, ha detto il profeta Maometto la pace sia con lui, giace nelle mani di piccole minoranze. Presto all’interno di questi stati una minoranza guidera’ la massa verso la verita’. Poi sara’ un effetto domino, e tutti i paesi cadranno sotto la legge della Sharia. Infine sara’ il turno dell’Occidente.”

 “Ma non e’ possibile pensare ad un mondo dove le diverse civilta’ vivono la loro individuale esistenza, rispettandosi reciprocamente, comunicando?…”

 “Questo e’ impossibile. Come musulmano hai dei doveri. Se vedi la casa del tuo vicino che brucia hai il dovere andare in aiuto. Quando una persona ha vissuto nell’oscurita’ per tutta la vita i primi raggi del sole, i primi raggi della verita’ dolgono, abbagliano…ma poi…”

 Ora inseriamo anche Platone, il primo totalitario nella storia del pensiero.

 “Ok Abu, per me va bene. Basta cosi’. Vado un attimo al bagno. Poi devo scappare. Ho una conferenza che comincia fra poco a Londra.”

 Vado al bagno. Quando torno i due Abu si sono alzati…stanno andando via…li ringrazio…ci teniamo in contatto…si si si certo.

“Prima che andiate via…potreste darmi nome ed impiego…sapete…il giornalismo…”

“Io ho 32 anni e sono un web manager.- fa Abu maior-, lui ne ha 26 e…lavora per un’agenzia di sicurezza.”

 Ma non era disoccupato? Filano via verso la preghiera meridiana. Si avvicinano i camerieri, tutti interessati. Intervista? Che giornale? Famoso? Mi si avvicinano in due…tutti eccitati…scribacchio l’URL del mio blog su un pezzo di carta. Uno dei camerieri mi fa:

 “Grazie, grazie…sono interessatissimo…piuttosto…vuole avvicinarsi alla cassa per il conto?”

 Il conto. Avranno pagato il loro. Mi resta la mia parte. Qualche picciolo. Pero’, alla romana eh?! Meglio cosi’. Ognuno il suo.

 “Quanto le devo?”

“Allora…tavolo 4…in tutto sono 32 e 70.”

 Porca madonna…!!!I jihadisti mi hanno lasciato la stecca!…Alla faccia del cazzo! Manco ci hanno provato a pagare…. Deve essere una usanza coranica…. solo un’incomprensione culturale…pero’ porcaccia la miseria…30 banane….vabbe’, la prossima e’ loro. Non ho tempo da perdere. Mascarin e la Saadawi mi stanno aspettando. Il Masca deve essere incazzato come una belva. Mi ci vorra’ un’ora per arrivare ad Holborn. Ma tanto lui non se la prende. E’ l’intelligenza che sbeffeggia qualsiasi cosa. E’ come l’Italia dovrebbe essere.  Lo scrivo solo per emendarmi…caro Masca…erano le 2 e mezza e mi trovavo in culo al mondo. In tutti i sensi.

 

 

May 31, 201112 notes
#Corano #Londra #USA #imperialismo #islam #jihad #Politica
Listen

Hana tells us about her experience in the Tunisian refugee camps at the border with Libya.

May 27, 20114 notes
#Arab spring #International aid #Libya #London #Tunisia #refugee camps #po #Politica
London, a skeleton in the "warfrobe"...

Dear Sancho Governor of cheap Isle,

this is what London secretly holds behind two advertisement boards in Bromley-by-Bow, not far from the City. It is, formally, part of the “Lee Valley National Park”.

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May 24, 20115 notes
#Bromley-by-Bow. #Canary Warf #London #Periphery #pollution #società
A Duemutande.

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Egregio Sancio Governatore d’Isole,

tornare con l’ultimo treno della notte significava incontrare Duemutande.

 Plaistow road e’ deserta per quelle tacche del quadrante. Davanti alla stazione puoi trovare qualche ombra che attende il bus. Salira’ con disinvoltura soffiando la carta di viaggio sul lettore magnetico, davanti alla cabina dell’autista. Il lumicino rosso canticchiera’ al mondo che no, gli ultimi spiccioli se ne sono andati nella porzione large di kebab . Ma sono campioni dell’ondulazione delle spalle e della falcata felina, Sancio. Traversano la fusoliera come fosse l’andito di casa, immersi nella frittura dei timpani. A questo punto il freddo e le piogge invernali, i tempi lunghi delle brezze estive dipendono solo dal cuore e dalla stanchezza dell’autista. O dal suo orientamento politico. O dalle dimensioni dell’ombra. O dalle lame degli occhi. Dell’ombra.

 La City brilla lontano, allungando le sue radici nell’oscurita’ della periferia. Si spegnera’ al mattino, dopo una lunga, silenziosa, perversa notte di fotosintesi.

 Qualche passo piu’ in la’ ronfa l’unico sportello che non ti fotta una sterlina e mezzo per il ritiro del cash. Molte volte le ombre dei bus sono costretti a percorrere tutto il tratto per pagare le due sterline del viaggio. Sono 300 metri in cui le voci di gomma spargono il cielo delle piu’ clamorose bestemmie contro il genere umano. Tacciono solo arrivati al bancomat, per dare un’occhiata in giro, piu’ volte, prima di sudare freddo davanti alle operazioni sullo schermo. A volte qualche anima gentile tappa la fessura di rilascio del contante. Passano a ritirare al mattino. Illuminati dalla City e piantonati dalle anime gentili: non si ha un bel rapporto col denaro, in periferia, Sancio.

 Hairy sta decrocifiggendo il kebab. Gli fo un cenno con la mano. Risponde. Un anno fa, pochi passi dopo aver lasciato le stanze fumanti del “Tizio Grasso” e’ stato assalito da due tangheri in cerca di un telefono nuovo. Gl’han scarabocchiato una firma barocca all’angolo delle labbra. Spera sempre di rincontrarli, o di ricevere notizie dalla polizia. Sara’ per questo che con le ombre comunica, con eloquenza devo confessare, per monosillabi. Il “Tizio grasso” ha il miglior baklawa di tutto l’East End.

 Nell’intersezione con Geere road, una piccola isola di cemento ospita qualche arbusto, nutrito da piogge sporche e scoli di birra. Col bel tempo i pakistani s’intruppano per sbevazzare e bagnarsi nei venticelli di maggio. In un angolo d’occidente, posseduti dal gin, ritornano nei loro villaggi lontani. Incredibile il potere di un batuffolo di sterpaglie.

Nascosti alla strada e alle loro origini mollano gli ormeggi per perdersi nelle derive dell’emigrazione. Ci siamo nascosti anche noi negli stessi angoli, Sancio: Stati Uniti, America Latina, Paesi bassi, Germania. E quei venticelli scompaginano i volumi della storia, senza scriverci niente.

 E’ dopo aver passato i pakistani che a quest’ora, di solito, m’imbattevo in Duemutande. Anche le volpi hanno i loro affari da sbrigare.

 Il primo incontro con Duemutande non ‘ stato dei piu’ cordiali. Era settembre e l’estate sgocciolava ancora notti stellate, buone per un bicchiere di vino e qualche paglia, i secchi contro l’incendio dell’insonnia.

 Arrivato in cucina e aperto il frigo sentii un rumore di ravanamento filtrare dalle fessure delle finestre. Non che ci fosse nulla di valore in giardino. Ma sai, paura e difesa territoriale. Afferrato lo scopettone  m’avventurai verso la porta. Dai vetri non era possibile scorgere nulla. Il rumore saliva perpendicolare dalla zona cieca sottostante.

Preso coraggio, afferrata la maniglia, mi tuffai in giardino come un barbaro vendicatore, strillando: “ MOTHERFUCKER!”

Rimasi impalato per qualche istante a fissare, contraccambiato, gli anabbaglianti ammaccati di un canide. Avevo esagerato. Era solo Duemutande che frugava nei sacchi della monnezza. Cionondimeno Sancio, l’onore e’ l’onore, e caricato lo scopettone nel migliore dei miei dritti in top-spin, gli rifilai un passante lungolinea nel culo. Tutto scagazzato il porello schizzo’  via claudicando verso il pertugio nello steccato dal quale era entrato. Il giardino era cosparso di bucce di banana, avanzi della mia pasta al parmigiano e della biancheria intima della mia coinquilina francese. Troppa roba da fare.

Ciucciato il vino e stremate le cicche me ne tornai a letto.

Solo l’indomani scoprimmo che, fra i pezzi stesi ad asciugare, mancavano le mutande preferite della sguadrina francese. Un rarissimo esemplare di culottes pizzate di nero.

Nacque il nome Duemutande e con esso il mio profondo rispetto per l’accattone notturno.

 Qualche tempo dopo, preso dai fornelli e da una ballata di Chopin, vidi una figura agitarsi in giardino. Scolati gli spaghetti, misi da parte una piccola porzione, cospargendola d’olio e parmigiano. Quando uscii in giardino Duemutande s’era dileguato. Lasciai la pasta in prossimita’ della fessura nello steccato e mi dedicai all’inforchettazione degli spaghetti. La mattina seguente il piatto era vuoto.

 Nelle mattine di dicembre trovavo il drappo nevoso del giardino inzaccherato dalle orme.

I piatti di spaghetti all’olio e parmigiano sparivano nella notte prima che la neve li ricoprisse o il gelo li rendesse spicevoli alle povere gengive di Duemutande, per niente un esemplare buono per l’aristocrazia britannica. Le metropoli si svaccano, e le belle anime della campagna ne rimangono intrappolate, sgrigendo nel colore e prendendo a sentire la prossimita’ delle ossa alla pelle come mai in passato. L’asfalto e’ piu’ duro, per questo genere di zampe.

 La notte del 31 dicembre tornai da lavoro alle 9 di sera. Il giorno dopo sarei entrato alle 10 del mattino. Cosi’, fatta scorta di vino, me ne stetti a piluccare il parmigiano portato dalle vacanze natalizie in Italia. Il tempo era il ronzare del frigorifero. Non un ticchettio, ma il vibrare rettilineo della noia. Qualcosa che si avvicina ad una piu’ onesta percezione del tempo. Non m’andava nemmeno d’ascoltare le notizie, o la stazione di musica classica, o quella di tango. Fuori Londra scintillava e scoppiettava e trasaliva. Uscito a fumare una sigaretta, me lo trovai la’, Duemutande.

 “Ehi uaglio’!” Tutto bene? Anche tu alternativo per capodanno, eh?”

Stavo mezzo ‘mbenzinato.

“Non vai a vedere i fuochi sul Tamigi? No eh? Manco io. Cazzo mi fotte uaglio’.

Mica niente da dire. O ci stai dentro o ci stai fuori. Il branco dico. Le volpi stanno in branco? Mica lo so. Comunque…spetta un po’ che c’ho il parmigiano fresco che mi ha dato mia madre. Grandonna. Nun te move gumpa’.”

 Avevo un po di pasta in bianco in frigorifero appartenente a qualche giorno addietro, che avevo accantonato nella speranza di combinarla ad un sugo che non aveva poi preso forma.

 “Come piace a te gumpa’, spetta un po’, mo te la scaldo.”

Mica si muove Duemutande. Mi sa che ha capito. Do una botta al microonde, uno schizzo d’olio e un’innevata di parmigiano, di quello buono.

 Se se stava in diparte il porello, tutto infracidato dalla neve, zozzo che qualche macchina doveva avergli spiattellato la mota sul groppone mentre sfrecciava lungo il marciapiede.

 “Stai tranquillo uaglio’. Nessun problema. Mo ti lascio il piatto da una parte. Tu te lo mangi, io m’appiccio una cicca e ce ne stiamo in pace. No problem mate.”

 Poggio il piatto, Duemutande far per scattare, ma poi si trattiene. Ha fame lo stronzo.

Mi ritraggo, poggiandomi sul gradino della porta che da sul giardino.

 “Mangia uaglio’. E’ buono. E’ capodanno, devi festeggiare pure tu.”

Duemutande esita, mi guata, si tuffa negli spaghetti.

 “Guarda, te lo dico, la periferia non e’ poi cosi’ male gumpa’. Certo, il boccone te lo devi cercare. Devi scarpinare, voglio dire. E’ di questo che la gente ha paura. Metti il tuo caso. Uno degli amici tuoi qualche mese fa ha sbranato due bimbetti, il fetente. Da qualche parte a nord, in una di quelle cittadine dove ci sono solo fabbriche e pubs. Presente? Comunque, i giornali ci hanno scritto a tutto spiano e voi adesso state ‘nguaiati. A proposito, occhio dove capiti che ti prendono a calci nel culo. E scusa per la scopettata. Sai, non ti conoscevo mica. Ma poi ho apprezzato l’affare delle mutande. Comunque, ti dicevo, la stessa cosa capita agli uomini. Che la citta’ ti respinge lontano, e se ci stavi in mezzo t’incazzi, e se ci stavi fuori t’incazzi lo stesso, quando arriva. Non ce modo di starsene in pace. O meglio, ci vuole fortuna uaglio’, e coraggio. Io qua sto un altro po’. Poi me ne vado, taglio la corda. Vado dove le citta’ stanno lontane, cosi’ lontane che le persone nemmeno le sanno sognare.”

 Manco mi s’incula Duemutande.  Sbrana gli spaghetti, a testa bassa.

 “Duemuta’, io domani m’alzo presto. Tu finisci la pasta. Ce lo dico a mia madre che l’ho mangiata in compagnia. Sii gruoss uaglio’.”

 Ho continuato a lasciargli gli avanzi a Duemutande. Mica se li pigliava sempre. Qualche volta me li faceva buttare, che doveva aver cambiato ronda.

La neve poi ha lasciato spazio alle piogge, le piogge al vento, le nuvole e agli sbagli d’azzurro. Le nuvole al sole. Le notti sono diventate dolci come il sogno d’andare. Ci siamo fatti delle belle chiaccherate io e Duemutande.

 Abbiamo parlato di cosa succede in medioriente, dei casini a Trafalgar Square, del centro di Londra che lui non ci si avventura mai, del lavoro al ristorante, delle donne, degli amici, del tempo, dei bordelli d’Africa che lo sa che io ci voglio andare. Il piu’, il meno. Pure di te, Sancio. Spesso di te. Lui sguazzava fra gli spaghetti all’olio, il piu’ del tempo.

 L’altra sera passo i pakistani, fo qualche metro e vedo un fagottino, dove l’albero affonda le radici nell’asfalto. I lampioni lo bagnavano d’ambra.

Me lo sono ritrovato li’, Duemutande, che mi guardava con gli anabbaglianti ammaccati delle pupille. Un tremolio gli attraversava il corpicino smagrito. I dentini affilati erano attraversati da un rivolo di sangue.

 “Che ti succede uaglio’?! Che hai fatto?! Che t’hanno fatto!? Duemuta’…Duemuta’…”

Ho cercato di toccarlo, ma lo smilzetto s’e’ messo a digrignare, pur non sollevandosi da terra.

 “Sta tranquillo Duemuta’. Mo ci penso io. Non ti muovere, sta qua. Ti piglio l’acqua, una coperta. Ti piglio gli spaghetti. Non ti muovere.”

 M’arrampico per le scale di casa, dritto in camera. Aggancio l’asciugamano. La bottiglia d’acqua. Torno fuori. Faccio la strada a ritroso. Sta ancora la’. Mi chino.

Duemutande e’ immobile. Non trema piu’. Le biglie degl’occhi sono illuminate solo dal lampione.

 “No!No!No! Duemuta’! Cazzo fai Duemuta’! Che t’hanno fatto! Chi e’ stato?!Hei! Gli spaghetti! Duemuta’…svegliati imbecille…chi e’ stato? I pakistani?Gli stronzi della casa di fronte? Duemutande! No! No! Scusa Duemuta’…scusa…scusa…non e’ sempre cosi…c’e’ pure gente per bene…c’e’ Sancio…ci sono i bambini…Duemutande…no…no…”

 Ho preso una padella dalla cucina e son tornato. Duemutande giaceva immobile sotto l’asciugamano. West End Park sta un tiro di schioppo.

Ho grattato l’erba con la padella, illuminato dal crescente, sotto una betulla non lontano dai campi da tennis.

 La signora indiana della casa accanto ha bussato alla porta, due giorni dopo. Aveva in mano le mutande di pizzo nero.

 Non guardo e non saluto piu’ nessuno, da qualche tempo, quando scaricato dall’ultimo treno della notte discendo Plaistow road, verso casa.

 

May 14, 20118 notes
#Londra #Plaistow #la volpe #periferia #lettere
The Western show and the Japanese calm. A story from the earthquake.

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Dear Sancho Protector of troubled Islands…

“We were surveying the building with the carpenters when we perceived the first vibrations. Nothing more then a rattle under your feet. One, two, three seconds.

I looked around and everybody was attentively listening, like when you stumble into a beloved melody during a stroll. Stillness and silence around, an insignificant vibration under your feet. You know, Japanese people learn about the earthquakes at the primary school. It must be something like the rain for British people. They get a shake every week. They know how to behave. Even the earth stretching its old bones doesn’t really change the centuries-old immobility of their faces. But then something happened.

I saw a pillar bending at 20 degrees and for the first time in one year my boss’s face turning into a mask of fear. It was the 11th of March, 3 pm in the afternoon in Kamakura, 35 miles from Tokyo. It was the earthquake.”

Irene Garcia, 30, arrived in Japan one year ago. The University of her native city, Valencia, gave her the chance to work as an intern for an architects’ company in Tokyo.  

“The contract and the visa were supposed to last for six months, but then another company contacted me, the “Taiyo”, offering a permanent job in a studio and a three-year visa. I settled down in Tokyo and started to metabolize the Japanese life-style, working al least 12 hours a day and sometimes sleeping in the office. It’s common over there.

“Everybody knows about the quintessential Japanese politeness. But witnessing it day by day it’s different, it’s a cultural shock, especially for a Spanish person, accustomed to the squawking dynamism of words, tones and behaviors. I can’t remember a fight or a quarrel in one year of my Japanese life. Even when they drink, and they drink like fishes, they just stay for hours in and endless, quiet gibberish: at the restaurants, in the clubs, during the endless evenings at the beloved karaoke.

“Thanks to my boss’s kindness I had the possibility to enter the sacred privacy of a Japanese family. She invited me for lunch and I saw the private microcosm of a typical Tokyo’s “cell”.”

“It’s incredible how they’re organized! - intervenes Dani, Irene’s boyfriend, which has been quietly listening during the first stages of our chat. He lived with Irene in Tokyo for the first six months, and then made his way back to Valencia.

“Every house is a strict system of spaces and objects.”

Dani swindles his long Spanish arms in the attempt to reproduce the crammed tidiness of Japanese flat.

“Under the table there are shoes or useful crockery. By the door, on the coat racks layers and layers of jackets and jumpers. In the morning as soon as they wake up the collect the futon, the Japanese bed, dust it off and put it on the balcony for a bit of fresh air. The flat takes its daily appearance.”

But the game of chess of the Japanese meticulous puzzle underwent a terrible twisting on March the 11th.

Irene’s inky eyes flare up when she recollects the endless instants of the earthquake.

“The best way I can describe is…a dream, it’s been like in a dream. A weird mixture of stillness and movement, of shrieks and silence. The world lost its firm solidity and became a mass of fluid colors. I forgot to tell you that we were checking a building which has its entrance on the ground level but then goes down for five floors. A small particular that now becomes important…we had to climb up for four flights of stairs in order to get out. It took me ages just to reach the room’s door. I kept falling over. I rose up and crash on the floor again. I’m gonna die, I told myself. The structure is not going to resist. Quietly, I thought: it’s bloody over.

Then I saw one of the carpenters’ faces. Fear had disappeared from his expression. He told me something, gently, calmly. Serenity and control had returned in his Japanese being. He grabbed my arm and led me to the exit.

We crawled up the stairs and reached the open air. The earthquake lasted for three minutes. The tarmac was still trembling when we gathered in the small residence’s market. 50 chaps breathing in bewilderment. We soon realized that nothing was working. Neither internet nor the phones. The electricity was gone. We had just the radio, which gave us the disaster’s dimension. Well, I mean, we still didn’t know about the tsunami.

We spent the night laughing at all the work we still had to do at the residence.

Fortunately my boss had a small apartment in Kamakura. We got to the apartment, lit up a candle and went to the nearest supermarket to fetch some food for the night. We had already understood that there was no way to go back to Tokyo.

The supermarket was open, and a crowd of silent ghosts was meekly queuing in the darkness, settling up the bills. “Here is your change, thanks, thank you very much, I see you later.” At the crossroads, volunteers were handling the traffic, which was going on smoothly. I was stunned.

“In Spain- comments Dani- you would have seen people running away from the shops with two televisions under their arms.” We laugh. Latin sad sarcasm.

“At nine pm the electricity came back, and with it the news and the shocking images of the catastrophe. But no one was scared. Every body thought that the government was working at his best and that every thing was under control. Naturally nobody was positive about that, but, you see, this is one of the main Japanese tracts. In few hours the entire population had rationalized the horror, accepted it and almost immediately and rolled up the sleeves to apply what the government said to be the necessary measures.

I am not sure it’s an immense strength of the will or a complete acceptance of the hierarchies , but, well, that’s what happened.”

“On Saturday we jumped on the train and in more than three hours we arrived to Tokyo, which we found absolutely normal, a part from the diminished traffic. But I was thinking about my apartment. It was a very old building. No way it’s still upright, I thought.

“But, with my surprise, everything was in perfect order. The laptop was still on the table. The fridge had moved a bit, towards the middle of the kitchen. Nothing else. Just the gas was off. So I went to my neighbor, which I met for the first time, and asked her about the gas system. She didn’t utter a word in English, but she led me to the central building energy box and, with gestures, explained me how to do. Every thing was absolutely normal, for the rest. Not even one building collapsed during the earthquake in all Japan. The problem it’s been the unexpected violence of the tsunami.

I spent all the day to contact my family and my friends with Skype and facebook.”

“They scared the hell out of us! - says Dani.

“The media coverage it’s been so different. We realized it during the constant comparisons we made during those hours’ chats. The west made a show out of the tragedy. I don’t mean that there was no reason to show the images and all, but…the intensity, I would say the sadism with which they’ve been proposed…”

“It’s very true- confirms Irene- in Japan the coverage it’s been much more sober. Certainly they had the need not to scare a multitude of people they wouldn’t have known how to manage. But I wonder where is, at present, all the western attention gone.”

Dani set his watch on a Japanese time for the following days, in order to live Irene’s moments of despair at full. Love always triumphs, you’d say.

“I spent Sunday and Monday at in the internet, discussing what to do with my parents- remembers Irene.

“The nuclear plant’s disaster became a fearful shadow over the situation. My family pushed me very hard to go back to Spain. The information about the radioactive leak was, and still is, very controversial. The Spanish embassy certainly didn’t reassure us: “We don’t know. Do what you want. We’re staying.”

Just to make sure my father had bought three tickets, for the following days. The first was for Tuesday morning. I passed Monday packing up my stuff and posting boxes back to Europe.”

 “Before I went,  I spoke with my manager at the company”

“We understand you- she said. It’s a pity, we’re very busy at the moment. We need you, so, when you want to come back, just ring me up. I understand you.”

“On Monday evening I left my flat and went in search of a way to get at the airport. The city was packed up with cars, and no public transport was running to the airport, which is about two hour’s trip from Tokyo. I tried to stop how many cabs I could, but someone refused, and the others didn’t understand. I was so distressed that I started crying in the middle of the road. A young couple approached me, calmed me down and helped me to stop a taxi. With their translation the driver accepted to take the job, and off we went, whirling around alternative roads to avoid the awful amount of moving people. The radioactive cloud was menacing the capital.

“The airport was almost empty when I arrived. In the night time the staff went around offering food, drinks and blankets for the night. When I woke up, on the contrary, the building was streaming with people, and when the check-in moment came an endless queue took shape. I thought I’d have missed my flight and I was prepared for hours of quarrels and exhaustion. But, don’t ask me how, in less then half an hour the entire queue was gone, thanks to the job of the umpteenth volunteers which had directed the human traffic. As in Kamakura, remember?

An hour later I was on my way back to Valencia.”

Irene and Dani came back to London, where they had lived for two years before the Japanese experience. They are looking for a job, at the moment.

“Do you think you’ve learned anything from this experience?” we ask.

“I don’t think so- answers Irene, looking at Dani for her honesty to be confirmed.

“I hadn’t time enough. Everything happened as in a dream in those 5 days. If that happened in Spain I think I’d react as the others, with sheer panic. Who knows, you can’t tell till the moment you’ve got to face things. But I can tell you something, if that makes sense. There was graffiti in a wall not far from where I lived. Once I asked a friend of mine to translate it for me. It was an haiku, a typical, traditional Japanese poetic genre:

“Rest now bleak wind

A tiny butterfly now writes

Words of calm in a bright sky.”

“I think I’ll never forget that”, says Irene.

May 11, 20112 notes
#Japan #earthquake #haiku #tsunami #società
Me, the Wop and the Terrorist. How Rocky Balboa knocked down Osama Bin Laden.

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Dear Sancho Governor of cheap Isle,

I guess it’s not a great manifesto for the western’s culture achievements, but here I am, staring at a huge plasma- television, sucked down by Shreck, the postmodern, syncretistic Hollywood version of Chrétien de Troyes’ epics, and the bouncing rhythm of Sting’s bass guitar in “Message in a bottle.” I was just looking for a copy of the “Corriere della sera”…which Selfridges’ kiosk usually has…why am I hypnotized, like an undeveloped baboon, amid black, chirping, flashing devices? I came here to get a newspaper, I swear to god. And now… I dab at my drooling mouth, shivering with excitement while Apollo Creed challenges his old boxer’s bones against the Ivan Drago’s cluster of proletarian muscles. Mysteries of the market’s web, platitudes and leftovers for a cheap psychiatric theory. The other lost souls float around and I give up my intellectual resistance, abandoning myself to the symbols’ pleasure. Rocky IV is more cathartic than the Greek tragedy.

A quick literature’s synopsis: Rocky is a thuggish delivery boy for a Philadelphia’s criminal gang. A second’s generation Italian accent with a mandolin’s melancholy hidden in the cheeky smile. A wop (is the term still used?). But he is brave, and deep inside, honest.

He falls in love with a humble, bespectacled employee of a pet shop, Adriana. His real passion is boxing, and, naturally, he’s very talented. The Detroit’s dim periphery blesses every scene.

Apollo Creed is a heavy weight champion in need of an advertisement for himself. You know, once you are on top of the job you always want to act out a bit of munificence. He therefore decides to show that America is the land of opportunities and dreams, and that he’s the icon of the aforementioned metaphysical process. So, why not inviting a poor chap, a periphery’s rattling can and offer him the possibility to win the heavy weight title? Rocky is the selected puppet. But, oscillating between the risk of humiliation and the will to face the challenge, the stuttering rascal trains himself punching at row meat, drinking early- morning crude eggs and running frozen marathons through the dirty alleys of the Italian quarters. He’ll stand up to the 15th round, pushing the champion to the limit. Glory, dignity, interracial welfare state and the Adriana’s heart.

In the “II” episode Rocky wins the title. In the “III” glory and money weaken him, but with his ex foe Apollo rediscovers the “eyes of the tiger” and takes back the title he had lost against the wild and fame-hungry PE. Barracus. In the “IV” the mature boxer enjoys a life of tranquility when his old foe and then mentor and then dear friend Apollo, tired of a bourgeois life, decides to challenge the young Russian champion, the outcome of the new Soviet technologies and pre- perestroika’s governmental efforts.  Gorbachev has destroyed a great deal of cinematographic inspiration. This is an historical truth. With him in charge we wouldn’t have had Kubrik’s “Doctor Strangelove”. Would we?

So here I am, staring at the screen, and the poor Apollo is getting reduced to a pulp of bruised meat. Rocky, now coach in the exchange of roles and experiences, looks at the scene with horror. He’d like to throw the blood-stained towel, but this would mean betraying Apollo willingness of redemption. “Living in America” is at stake. Drago’s wife takes a deep puff out of a huge cigar, Lenin’s dreams molded by Stalin’s burocracy eventually have their deserved advertisement spot …Apollo’s one quivers like a wet pigeon…the final uppercut…Apollo crumbles…like a…like a…like a tower. Dead. Ruins, dust, fire, smoke, splinters everywhere…

“…Americans have many questions tonight. Americans are asking: “Who attacked our country?” The evidence we have gathered all points to a collection of loosely affiliated terrorist organisations known as Al-Qaeda. They are some of the murderers indicted for bombing American embassies in Tanzania and Kenya and responsible for bombing the USS Cole…

…This group and its leader, a person named Osama bin Laden, are linked to many other organisations in different countries, including the Egyptian Islamic Jihad, the Islamic Movement of Uzbekistan…”

Well, you surely know what happened after September the 20th George Bush’s words.

Rocky Balboa decided to avenge Apollo’s death and the USA invaded Afghanistan and Iraq. The first in order to erase the Muslim extremists’ paradise, the second to get rid of a pair of mustache that was threatening the western peace with a set of mass-destruction amenities. Remember Pearl Harbor? Better not to bother the American Spirit. The truthfulness of the cause is not relevant. The Spirit grinds its actions through the crass mill of the intellect. So do we.

The 2.996 deaths of the 11th of September shocked and enraged us all. We went with Rocky in the iced mansion of a remote Siberian village, for a primitive, back-to-the-origins type of training.  We went back to Thoreau’s anarchic individualism. Rifle and bible, if you wish. We landed in Afghanistan and Iraq, hyper-technologic soldiers covered in dust, in search of shabby armies, the traditionally-dressed Talibans. Nature or technology does not really count. What matters is using a magic sword, digital or elemental, according to the stage and in strict, esthetic opposition with the enemy. Please don’t forget that the movie belongs to the ancient age when the American Spirit was filling the Talibans’ pockets in order to fight the proletarian monster, that is to say Ivan Drago, well, I mean, the Soviet Union.    

We let our beard grow, we put the enemy’s picture in a mirrors corner and prepare ourselves, and wait, wait for the big match. We almost forget and get bored. Climbing up snowy mountains while the KGB in black cars is tracking us down, killing extremist warriors and lethal six years old children. Ten years is a long time. You get used to anything.  The ability to remain informed and alert is like metabolism. Sugars first, for the immediate use: rationality, efficiency, culture, balance, justice, all you want. Centuries of development and training.  But when the fats come…well, the effort is too prolonged and intense. Better to let Balboa do that, better to let the innocent die. The Yankees and their western allies surely know what they’re doing, after all.

The media go on, the conscience goes on, like a cuttlefish bone polished by the sea, wave after wave.

Then the big day comes. 15 rounds of pain and tension, 45 minutes of action, a bunch of navy seals trained for months, a stoic wop determined to avenge his friend’s death. A huge effort to get here: months of solitude for the boxer, billions of tax-payers’ money and a death toll that doesn’t go below 500.000, no matter what the source is.

But in the last round the Moscow’s crowd turns in favor of the spaghetti- eater, the cry is deafening: “Rocky! Rocky! Rocky!” The seals get the bearded chap, how was he called…Bin Laden, yes, bam! Bam! Balboa clinches, swindles, places his last drops of strength in his crashed fists…the giant crumbles…like a…like a…like a three- storey white building in a garrison small town called Abottabad.

The Russian crowd is enchanted! Ten years and it’ll be democracy and capitalism!

So are we! Who gave a spit about Bin laden…but now! Adventure! Victory!

They “always get the job done”, as Hillary Clinton says! A “soft power” embrace!

How can you resist…under the weight of billions of words, images, radio waves…

 “So Americans understand the costs of war. Yet as a country, we will never tolerate our security being threatened, nor stand idly by when our people have been killed. We will be relentless in defense of our citizens and our friends and allies. We will be true to the values that make us who we are. And on nights like this one, we can say to those families who have lost loved ones to Al-Qaeda’s terror: Justice has been done…because if I can change, if you can change, the entire world can change…Adriana! Yes we can!”

 I can’t really make out if the speech belongs to President Obama or to the shrunk, beaten face of Rocky Balboa. Let’s say they teamed up. Let’s say it’s difficult to distinguish.

Let’s say I am mesmerized by 30 years of cultural American invasion and red-eyed after standing for one hour in front of a screen in Selfridges, central London.

I didn’t get the paper, in the end. At home I desperately grabbed Whitman’s “Leaves of grass”, seeking consolation…the umpteenth attempt to cheat myself…

“One’s self I sing, a simple separate person,

Yet utter the word democratic, the word En- Masse…

…The modern man I sing…”

May 10, 20112 notes
#Afghanista #Bush #Iraq #Mass media #Obama #Osama Bin Laden #Rocky Balboa #War on terror #Politica
La divina maglietta. Paradiso.

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Divin Sancio Cherubin d’Isole,

 

…La gloria di colui che tutto move

per l’universo penetra, e risplende

in una parte piu’ e meno altrove.

 

nel ciel che piu’ della sua luce prende

 fu’io, e vidi cose che ridire

ne’ sa ne’ puo’ chi di la su’ discende;

 

perche’ appressando se’ al suo disire,

nostro intelletto si profonda tanto,

che dietro la memoria non puo’ ire…

 

…nzomma Sance’, mica sparava corbellerie il buon Dante. Che vedi, piu’ uno dice delle robe intelligenti, almeno nella giostra in disuso delle Lettere, piu’ ste robe stesse si sollevano dall’oggetto che pretendevano descrivere, svaporando pe l’aere nell’invisibile grammatica delle cose che verranno. Dette. O fatte. Per dirti che stracco che sono, colla borsa dei coglioni tracimante e ste magliettacce ancora da trovare, me pare che le prime terzine der Paradiso vadano pure bene per spiegare il capitale. Che piu’ t’avvicini al Piacere piu’ Virtute e Canoscenza vanno a prenderselo nel didietro. I piu’ grandi successi del commercio sono quelli che con maggior genio ti riassorbono nel grembaccio ove, fragile feto, sogni Forme d’incanto mentre ti spompini un pollice.

 Che lasciate le rive del purgatorio ti basta strollar di poco, traversar Duke st. e ti trovi davati ai cieli stellati di Selfridges. Una colata di marmi vittoriani incolonnata per decametri, l’immanenza monumentale della vendita opposta allo sciabordare imperituro delle carni allucinate.

 Comunque appena muovo gl’argani del portone girevole e m’imbuco tutte ste frottole me le dimentico che mai vidi cotanta eterea selezione di passere.

Che il signor Selfridge, all’inizio del secolo gia’ aveva capito tutto e quindi ti ha spiattellato borse profumi gioielli e cosmetici al pianterreno. E le ha popolate di pulzelle di primissima qualita’. Deve essersi sentito il piu’ stretto collaboratore di dio.

E’ tutto uno svolazzare d’angeli! S’immillano! Oh Sancio! Potessi contemplar cio’ che io vidi! Il diletto, la gioia che il cuore opprimono! Il chimico torrente che da sinapsi nell’erezion si fece! Tutta sta sorca giammai non vidi!

L’inglese di capello scuro ha  tumori d’ombretto sulle palpebre, strampola sulle gambe infinite, ha un tatuaggetto sulla morbida caviglia che disegna mosaici di piacere sul soffitto! Confabula col manager, la camiciozza nera e’ un accidente sul petto rorido e bianco! Un drappo portato dal vento! E guarda ste altre…tutte professionalmente in candidi camici insistono sui capolavori dei volti! Angeli addestrati all’imbellimento!

Occhiali da segretarie! Il peccato maschile comincia con la divisa! L’abito non fa il monaco ma di sicuro fa l’infermiera! E poi…che delizie semantiche…

 “Meglio sfumare sotto lo zigomo, creare contrasto in coincidenza con le linee, danno profondita’ e variazione , una frammentazione dei tratti, un mosaico di particolari, una moltitudine di forme per il suo viso…”

 Le arabe ci sguazzano! Stanno appollaiate a farsi incementare le gote! Strati e strati di miscele e cataplasmi! Ombretti rossetti mascara pomate rivitalizzanti pasticci emolienti unguenti balsami portenti delle creme! E che natura si sparge all’intorno! Le materie prime! Deretani di balena! Cartilagini di topo! Zoccoli di antilope del Serengheti! Cancrene di coccodrillo! Placente e placente e memorie di aborti cinesi! In abbondanza! Che parvenza danno al perimetro delle labbra! Le taumaturgie sulle zampe di gallina!

I professori della grafia del volto! Che prosa estatica! E che risultati!

Sopracciglia infinite! Parono le sciabole che s’incrociano all’entrata di Baghdad! Occhi tanto neri che se potessi…Sancio…riscriverei la Gerusalemme Liberata umettando il mio orpello in quelle pozze di petrolio!…Sti arabi..piu’ occidentalizzati degli occidentali…quelli ricchi…nemmeno giustificati dall’inganno della storia…L’inglesina dabbene si fa montare una ciocca biondastra dal rigattiere delle parrucche!

“Sai – le fa l’infermiera nera di turno, che loro sono esperte nei gingilli pelosi- io l’extension l’applicherei soprattutto sulla zona centrale della nuca…e poi…piu’ lievemente, sui lati…”

 Ma non e’ tutto make up moderno e posticcio…no…ci sono i revival! Certo! Queste sono vestite da geishe! Ti propinano sciampetti e schiume da bagno di origine controllata e garantita! Un interludio floreale di giardini giapponesi e serafiche clorofille samurai!

 Si passa fra gli stand senza soluzione! Di continuita’! Libero movimento e libera competizione! Confusione! Interazione! Un dedalo! La diversita’ si riunisce nell’Uno sotto la cupola della sintassi mercantile! So’ tutti amichi! Tutti escono dal palladio con la medesima busta! Un giallissimo cartone laccato con scritta nera…SELFRIDGES…li vedete…sorridenti…per Oxford Street…

 E cazzo come ti setacciano collo sguardo…ti valutano…capo per capo…monile per monile…addestrati dall’abitudine…gli uomini sono la risultanza dei cenci che portano…in un istante la somma s’agglutina in pregiudizio…io so’ cameriere…so come funziona….

 Mi tuffo fra i gioielli…Tiffany…Cartier…Morellato…tutt’un luccicare un riflettere un riverberare…i commessi manipolano i preziosi…sistemano posture di cinghie e collane al millimetro…pezzi da migliaia di piccioli..che tocchi delicati…son quelli che si sbucciano prepuzi e clitoridi, nella solitude del cesso…Bvlgari ha una vetrina enorme per un anello soltanto…soltanto 250 banane…argento e ceramica….parte del denaro finisce a “Save the Children”…un’associazione che aiuta i bimbetti ‘nguaiati…la conosco che io ci do un paio di spiccioli al mese…da ipocrita cittadino…appunto…mi chiedo come ottengano pietre e metalli…anche io sopravvivo grazie alle sigarette di contrabbando…l’anno passato han tirato su 6 milioni di sterline…quasi mi commuovo….le gnocche delle commesse sridacchiano e si danno un cinque appena attaccato il telefono…una telefonata di successo immagino…due pargoli s’azzuffano sul pavimento, fra le cubaglie di vetro…un peluche d’elefante ed un fante medievale se le danno di santa ragione…se ne fottono i bimbi….

 Gli occhiali da sole poi! Tutti che si smorfiano agli specchi! Guarda un po’ che c’e’ qua…le penne…una montblanc per la modica cifra di 4300 sterline…per firmare contratti e convenzioni e trattati e accordi, pace guerra e amicizia…so’ cuggini e fra parenti nun se fanno i comprimenti…torneranno tutti uguali…li rapporti personali…

Comunque mo m’e’ venuto il prurito e scendo dabbasso a vedere che c’e che le maglie possono aspettare.

 Oh che incanto! La desserteria di classe! Caffe’ te’ pasticcini su scheletri d’acciaio a tre piani! Vasti biancori di piatti ospitano minuscole prelibatezze…capolavori dell’abbacinante glucosio! Con che grazia ruminano pasticcini millestrati e sbaciucchiano le tazze! Nuzialita’ nel pomeriggio!

 Piu’ in la’ si slarga un’oasi…arredamento postcoloniale da piazzare in giardino che le colonie non ci stanno piu’…scranni di bambu’…parasoli di lino…lanterne ad olio…sono un inviato del governo britannico! Sono piu’ alto biondo sulla quarantina e ho dei basettoni sbiondeggianti…siedo con la mogliettina ed il suo cappello di paglia e parlo con voce calma e tenorile, sdipano burocrazie ed affari…il mio pargoletto ciondola in silenzio le gambette dal bordo della sedia…

 “Teodoro…per cortesia…tutto cio’ e’ oltremodo sconveniente”

“Ascolta tuo padre piccolo mio” - soggiunge la mogliettina.

 Il Silenzio segue, pasticciato solo dalla sinfonia dei fringuelli tropicali… accendo un sigaro e rifletto sull’importanza dell’educazione per il nostro paese…il tuorlo del sole imporpora le foglie di mangrovia, intorno…

 “Osserva piccolo Teodoro, nella nostra cara Londra il sole sta sorgendo…”

 Che sguardo di amorevole ammirazione mi da la mogliettina. Stanotte dopo il brandy le sollevero’ la sottana e mi tuffero’ fra i suoi seni bianchi, fra esalazioni di sandalo ed gli incensi satya. Il piccolo ha gia’ la dimensione geografica del potere.

 Naturalmente, accanto, l’agenzia di viaggi ripropone il messaggio.

 Piu’ in la’ si trova il settore tecnologico…televisori a catinelle…immagini che ben s’attagliano al plasma…Sting si sroca in Message in a bottle…Shreck l’orchetto ripropone Chretien de Troys in chiave parodico-holliwoodiana, due wrestlers si slividano per i ciccioni americani in poltrona…baffi a manubrio e tutto il resto….in un lettore dvd portatile si agitano personaggi a me noti…Apollo Creed danza come Cassius Clay attorno a Tispiezzoindue…ride e scherza…ma Rocky sta preouccupato, cosi’ la moglie…che poi comincia a prenderle di brutto che la macchina russa lo sbatacchia di falce e martello ma lui resiste e la musica s’aggrava…ora e’ una maschera di sangue…si volta a guardar la moglie per l’ultima volta…la massa muscolare del proletariano lo maciulla come il grano i mulini le distese sovietiche…e’ una polpa sanguinante…io tremo come un piccione bagnato…Rocky non vuole mollare l’asciugamano che altrimenti tradirebbe lo spirto guerrier che ancora rugge dentro il suo rivale e poi mentore contro P.E Barracus nel numero III…ma c’e’ una forza assassina che usa il palcoscenico nel colosso sudato Ivan…Brigitte Nielsen tira una boccata famelica di fumo…che il suo pupazzo e’ una macchina pubblicitaria per i sogni di Lenin…la moglie grida, a Rocky casca l’asciugamano pozzato di sangue e sputazzi pugilistici…Apollo crolla come un quadretto del domino…voglio piangere…ma tanto poi Rocky decide di vendicarlo e torna alle origini anarchico-individualiste di Thoreau nella foresta e solleva carretti e pietre e affonda i ginocchi nella neve e ci da che ci da al bamboccio tecnologico….poi arrivano all’ultimo round che tutta Mosca ha cambiato sponda e il capitalismo e lo spirito americano vincono e conquistano con la perseveranza ed il coraggio e raccolgono nuove masse nel loro abbraccio ma senza crudelta’ che se lui puo’ cambiare, se noi possiamo cambiare allora tutto il mondo puo’ cambiare. Adriana, yes we can. Due giorni fa’ la stessa spazzatura cinematografica si e’ ripetuta ad Abottabad con quel coglionazzo di Bin Laden. Pensare che ci son cresciuto con le panzane americane.

E’ tempo di mettersi a cercare ste benedette magliette alla Tom Cruise in Top Gun. Perpetuero’ il genio di mio padre pilota morto nelle segretezze del Vietnam e scopero’ il mio boss la ricciuta Mc Gillis piangero’ per il povero Goose avro’ una crisi ma risorgero’ dalle mie fobie e da solo anzi con Iceman come spalla faro’ il culo ai mig 28 russi in volo rovesciato a 3 volte la velocita’ del suono. La giacca di pelle ce l’ho gia’.

 Sbucato dalle scale mi ritrovo nell’acquario del ragazzo moderno giovane sbarazzino brillante metropolitano. Diesel, Levi’s, Lacoste la mia passione rinnegata, G- Star…si passa per le righe Ralph Lauren, le tinte unite Calvin Klein, lo stile pacioccone e gioviale di Boss, la classicita’ sportiva di Paul Smith…maglie del mio genere manco a parlarne…i commessi, ora tutti finocchi…attendono, strabuzzano le pupille…devo dire che faccio un bell’effetto…dabbasso gli angeli manco mi si inculavano…gli stand sono vuoti…diafani clienti senza volto passano leggeri, frusciano in silenzio…tatto ed attenzione….si sale vertiginosamente…Prada…Zegna…Canali…ecco l’Italia…Stewart canticchia Maggie May…la commessa di Saint Lauran improvvisa uno stacchetto fra gli abiti pencolanti…le farfalle hanno scelto…leggerezza…Barbour ha estivizzato le giacche…sempre unte per carita’…metti che ti trovi sotto la dolce ira di un temporale estivo…passeggi per qualche tratturo della Cornovaglia con la tua bella…bagnati come pulcini…ti ripari sotto un castagno…rivoli di pioggia sui visi benedicono gli umori di un bacio e della campagna…. Armani…si cambia di nuovo…la scienza della Nike…una giubba da 200 banane ti protegge dal sole alla mattina e dall’umidita’ la sera…si corre per Central Park…prima o dopo l’ufficio…maratoneti…laureati…un banchetto personalizza le All- Star…cimeli degli anni ’80 rivitalizzati dalla stampa…una fila di allocchi attende per farsi tatuare le babbucce di tela…neanche l’ombra di maglie alla James Dean…o forse si…ecco…l’isola  della biancheria intima…hanno infilato spolverini sgargianti nel pacco dei manichini…che razza di perversione e’? Ormai non vedo neppure piu’ la roba…ne ho piene le palle…

 “Ciao carino come ti posso aiutare?”

 Deve esserci un errore. Questa checchetta nera colla barba da belzebu’ non dice a me.

 “Che?! Ah…guarda gumpa’…sto cercando della maglie bianche…semplici sanguinosissime maglie bianche. Girocollo, tessuto decente, quelle nei pacchi economici…alla Marlon Brando in Fronte del Porto se capisci cosa voglio dire…”

 “Marlon che?…guarda abbiamo queste della Calvin Klein…sono quelle che rimangono aderenti…sono casalinghe…ma alcuni le portano anche per uscire…molto stilish con un jeans…semplice…”

 Questo qua il cinema non lo conosce ma ha capito cosa voglio.

 “Senti posso provarne una?”

 “Ma ceeeerrrrrrto…che misura?”

 “Mha…direi una small…a proposito…quanto vengono?”

 “Il pacco da due viene 24 sterline…”

 A questo punto sta bene. Pensa te, proprio qua le dovevo trovare…chi l’avrebbe detto. Mo le provo e la facciamo finita.

 Entro nel camerino, m’infilo il pezzo da prova…mica male…aderente…bianca…cotone spesso…bella roba…ma 24 banane pero’…vabbe’ le prendo…sto sollevando i lembi per sgusciarmi dall’acquisto che dalla tendina filtra una voce…

 “Come vaaaaaaaaa?!”

 Cazzo vuole questo adesso…

 “Bene bene grazie, le prendo le prendo…”

 “Posso vedere?”

 Eccola la’. Son fottuto. Ma non lo voglio offendere…fa il suo lavoro…

 “Ohhhhhhh….ma ti sta benissimo! Bella aderente…e poi hai proprio un bel fisico….ma fai mica palestra?”

 Il punto e’ che non so perche’ ma mi viene da guardargli il pacco. E…o ci ha infilato la busta di maglie che voglio comprare…oppure al posto del pisello ha un pitone avviluppato in spire pronto a soffocare la preda…brutta mossa…mo capisce male…mi capita sempre che mi prendano per finocchio…non so perche’…ho un animo sensibile…

 “Grazie, grazie…no…cerco di tenermi in forma…qualche esercizio…un po’ di tennis…niente di che…”

 “Ti stanno proprio bene…sei molto sexy…senti…io ho praticamente finito…ti va di andare a prendere qualcosa da bere…c’e un bel wine bar dentro Selfridges…al piano di sotto….che dici?”

 Bella Beatrice del cazzo m’e’ toccata. Puttana eva.

 “Guarda…son di fretta…devo…ehm…devo entrare a lavoro fra poco…alle 6…”

 “Oh! Ma sono solo le 5! Abbiamo tutto il tempo…una roba veloce…cosi’ io mi rilasso e tu ti carichi prima del lavoro…”

 Mai stato bravo ad improvvisare le scuse.

 “No guarda…e’ che sai…niente di male amico mio…solo che sai…sono fidanzato…”

 Altra bella scusa del cazzo. Non ne esco.

 “E allora? Che problema c’e’? E solo un drink….parliamo di questo tuo amico Varlon Brindow…”

 E no! Dio del cielo! Insiste! E mi storpia pure Brando! Mi sta mandando in ciampanelle!

E poi mi s’avvicina…siamo sulla soglia del camerino…la barbetta diavolesca affluisce nel mare delle labbra carnose…sento la densita’ dell’alito…la brama liquida…il sandwich sgranocchiato all’impiedi nella pausa pomeridiana…tonno…avocado…gamberi…

 “Amico mio, sai una cosa? Niente di personale…ma…”

 Mi levo la maglia. Lui si carezza la punta dell’uccello con l’indice…lo vedo…sorride lussurioso….gli mostro il mio petto latino…paro Mussolini che raccoglie il grano…m’infilo la mia Lacoste…

 “…a me piace la figa. La topa. La patata. La patonza. Lo sticchio. La spaccatella. Capisci?

E poi tu e tutti sti rivenditori di cianfrusaglie…poveri, umili o ricchi…m’avete scassato la minchia. Capisci? 24 sterline per ste merde qua? Mia madre al mercato me le trova per 5!

Te le puoi tenere, fratello. Ci pensi ai bambini poveri, tu? Alle guerre? La fame? Le malattie? Asia, Africa…America del Sud? Le periferie di tutto il mondo? Noooooo….tu stai bene qua, state tutti bene qua…il benessere e’ una protesi con cui avete sostituito i veri valori…la generosita’, il coraggio, l’altruismo…la pieta’…la gloria…la fantasia…la poesia…capisci? Questo e’ il medioevo! E siete  schiavi…schiavi benestanti…e gioite…vi rallegrate…come foglie leggere planate… mentre vassalli valvassori e valvassini vi prendono a calci nello scroto da mane a sera! Ma tu che ne sai…cazzo perdo tempo…dai…scansati che me ne vado…”

 “ Sei un povero coglione- mi fa - e cerca di raffreddarti altrimenti chiamo la sicurezza, testa di cazzo.”

Ha pure ragione. Un  collega s’e fatto vicino. Si mette male. Afferro la borsa e sfreccio lontano…la gente mi guarda…mi faccio tutta la strada a ritroso,  fissando il pavimento.

Paro Raskolnikov in delitto e castigo sulle prospettive di St. Pietroburgo. Solo piu’ basso…come Tom Cruise…piu’ superficiale…ed infinitamente meno determinato. Scale controscale angeli controangeli ed uscita. Fuori. Libero. A mani vuote, ma libere…

 .. ho comprato poi le maglie. Come le volevo io… tre per 8 sterline e 85…e sai dove?…Nell’unico negozio che non avrebbe ispirato nemmeno un rigo dei tanti con cui ti ho tediato, o intrattenuto…o divertito… mio amato  Sancio…l’Empireo…Amazon…Internet…la ragna…

 

May 5, 20111 note
#Dante #Londra #Oxford Street #Paradiso #Shopping #società
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