Lettere a Sancio Panza

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July 2011

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"Fuck death, live forever". Amy Winehouse si spegne a 27 anni.

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Egregio Sancio Menestrello d’Isole,

Billy e’ arrivato ciondolante nello lo spiazzo sterrato che si apre davanti al 30 di Camden Square, nella mano sinistra una lattina spiegazzata di Kronemburg bollente, nella destra due paia di tacchi a spillo, uno rosa ed uno verde. Un gentile omaggio da parte di Amy Winehouse, spentasi ieri fra le mura di una biancheggiante villa a due piani nella quieta periferia di Camden, dove la trasgressione e’ una noia raggiungibile con due schioppi di bus. O con una breve camminata. Tempo due sigarette.

 Una donna s’avvicina a Billy, palesemente incapace di raggiungere il piccolo cumulo di fiori e memorabilia lasciati dai fan fin dalle prime ore della notte, circondato da un nastro oltre il quale un plotone di fotografi fa colazione con caffe’ e donuts. Il giornalista messicano cerca di mandare a memoria il cappello, senza troppa fortuna. La collega brasiliana prova e riprova un piano sequenza dove a balzi di pantera spiega che la polizia e’ arrivata sul posto intorno alle 4 del pomeriggio di ieri, per trovare il corpo di una smilzetta tatuata di 27 anni, stroncata da chissa’ quale miscela di alchool e stupefacenti. I colleghi inglesi se la ridono, divertiti dalle note musicali del portoghese da soap opera. E le guardano il culo. Con gran classe, devo ammettere. Ma Billy Ochola ha rubato la scena:

 “Mi ha lasciato le scarpe come regalo quando si e’ trasferita qui. Prima eravamo vicini di casa, qualche strada piu’ in la’. Lei parlava con tutti. Una brava ragazza. Fottuta, come me. Ma una brava ragazza. Sai, figlia di un tassista. Era una di noi. Una cockney. Non le fregava mica un cazzo. Se non le piacevi ti mandava a fare in culo e basta. Ha cambiato la musica e se l’e’ filata. E basta. Questo e tutto cio’ che dovete sapere. Troppo sensibile cumpa’, troppo sensibile.”

 Qualcuno mi tocca la spalla mentre scatto qualche colpo al piccolo altare d’asfalto dove si sono accalcati fiori, bottiglie di vodka, sigarette, poesie, chitarre, cartine rizla:

 “Scusa potresti poggiare questi, per favore?!”

 Tommy mi passa un mazzo di rose rosse oltre il nastro. Il piccolo John tace in rispettoso silenzio accanto al padre.

 “Abbiamo perso una grande voce, una grande artista- afferma Tommy.

“La sua spontaneita’ aveva trovato forma in uno stile musicale personalissimo, una nuova carica nel pantano del pop odierno. Andava protetta. Tutti sapevano che tipo di vita portasse avanti. Ricordo che in una intervista il padre Mitch aveva pregato gli spacciatori di Camden di lasciarla in pace. Ma sai, non puoi davvero fermare una persona che desidera…che desidera drogarsi. Questo e’ un giorno molto triste per la musica.”

 All’altare si susseguono i volti piu’ disparati. Due bimbette con gli occhi affilati dal make up, posano dei fiori ed uno scarabocchio di messaggio. Due coetanei cincischiano con l’accendino nel tentativo di accendere delle candele. Due montagne hip hop di muscoli neri incastrano una lettera fra le corde di una vecchia chitarra. Un azzimato gentiluomo adagia un enorme mazzo di fiori, per poi allontanarsi, inosservato. Una signoraccia da pub, 60 anni tutti nelle grinze degli avambracci tatuati, lascia scivolare una lacrima dagli occhiali da sole mentre poggia un vaso di girasoli.

 Ma e’ Mark, 16 anni dal sud di Londra, a richiamare l’attenzione della folla.

Il pivello e’ uno schema d’ossa sorretto da solide All Star, fasciato da asfissianti blue jeans e ricoperto da una abbondante maglia raffigurante la povera Amy. La bocca cerchiata dal rossetto e’ sormontata da un pudore di baffi adolescenziali. Un bocciolo di rosa gli regge “l’alveare” di capelli costruito sul capo. La sua anima metropolitana ha guarito la propria ambiguita’ con la disperata leggerezza delle canzoni della Winehouse.

L’apparecchio sull’arcata inferiore lo fa gorgogliare durante le interviste. Trattiene l’esondazione piluccando rapidi tiri di sigaretta.

 “Ho tenuto tutto di lei, in camera mia. I biglietti dei concerti, i poster, i libri. E’ stata fondamentale nella mia vita. “Back in black” mi ha aiutato a superare le difficolta’ della mia relazione sentimentale. E’ stata uno dei grandi, sai. Ha preso il jazz e lo ha trasformato in qualcosa di nuovo, se capisci cosa voglio dire. E adesso, e adesso non c’e’ piu’…”

 Mark scoppia in lacrime e la mitraglia degli scatti arriva impietosa.

Sui muriccioli, intorno, i giornalisti scrivono i pezzi sui laptop e estorcono interviste fritte e rifritte. I turisti fanno merenda. Qualche grugno affranto s’inchioda al fumo delle sigarette. Billy importuna le belle al passaggio mentre si slancia in una apologia dell’essere ebrei. Come Amy. Una vecchia attraversa lo spiazzo, gravata dalle buste della spesa: “Importunare quella piccola, povera cosa, anche da morta…e sconvolgente!Disgustoso!Vergognatevi tutti!”, sbraita mentre si fa largo fra la folla.

 Sul viale che conduce alla stazione di Camden ritrovo Mark, accopagnato dalla sua amica lolita in versione punk: “Che coglioni i giornalisti. Continuare con quelle domande. Non hanno veramente pudore, non hanno veramente limite. Stronzi.”

 Il mito ha infine rilasciato l’intera sua eredita’, insinuando nella carne morbida delle giovani generazioni il disappunto verso la realta’ ed il suo superamento nell’arte, la gloria e la disillusione che ne conseguono, lo stupore che permette a “back to black” d’essere molto piu’ che un ritornello per fanciulle tristi: il destino breve di chi avvampa.

 

 

Jul 24, 2011
#Amy Winehouse #Back to black #Camden #Londra #società
"Sex and the Vatican", l'ennesimo silenzio italiano.

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Egregio Sancio Governatore d’Isole,

Dalle mie parti si dice “fill’e’preri”. Figlio di prete. Il fatto che articoli e preposizioni siano andati a farsi benedire, nel tempo, e’ esemplare dell’utilizzo vocativo dell’espressione. Da “su fillu de su preri”, grammaticalmente esteso, e’ germogliato “Oh fill’e’preri!”, la migliore accoglienza che si possa garantire al compare in procinto di aggiungersi al tavolo del bar, o semplicemente sfrecciante in bicicletta  per le strade o i tratturi di turno.

 Nella mitologia contemporanea cagliaritana si e’ spesso parlato di Fillepreri. Ho levato le virgolette perche’ l’espressione e’ stata sublimata fino all’identificazione di un soggetto civile. Immagino ogni centro sardo, ed italiano, abbia immolato uno dei suoi figli nello sforzo collettivo superare, attraverso lo scherno e l’emarginazione, la prima e piu’ pruriginosa crepa nella prassi liturgica ed ascetica dei ministri del Signore: le foie dei pretozzi per perpetue, vedove peccaminose, suorelle ed in qualche caso bimbetti inermi.

 Con diabolica poesia il popolo cagliaritano decise di collocare Fillepreri davanti alla piu’ notoria edicola della citta’, quella di via Roma. Qui, fra i palmizi ed il porto ed i giornali stranieri che parlano di lontananze e promiscuita’, si prese a smerciare materiale pornografico in una citta’ che con sonnolenza si accodava ai postumi della rivoluzione sessuale degli anni 60’. Il mito decise di impiegare Fillepreri nella distribuzione dell’Unione Sarda, il giornale locale, agli autisti impilati davanti al rosso del semaforo.

 Il prodotto del peccato carnale di un soldato divino non poteva trovare una piu’ consona collocazione sociale. Il cattolicesimo meridionale ha sempre dimostrato grandi capacita’ immaginative. Considerando le scarse risorse di Fillepreri e la sua probabile inesistenza,  dovrei essere al sicuro da potenziali denunce per diffamazione. Cosi’ per la gloriosa edicola di via Roma, il cui mito e’ stato scolorito dal terremoto pornografico di Internet.

 Ma i tempi postmoderni hanno garantito un proporzionale ampliamento del fenomeno, sia nelle sue forme orgiastiche che nella stigmatizzazione mediatica e sociale delle stesse.

Negli ultimi giorni di Aprile Piemme ha pubblicato “Sex and the Vatican”, sordida fatica giornalistica di Carmelo Abbate. Sviluppo di un precedente reportage condotto per il settimanale Panorama, il libro di Abbate descrive la schizofrenica esistenza di numerosi spacciatori di eucarestie in giro per la cattolicissima penisola.

Affari che si conoscono da tempo immemore, dalle cronache medievali, da Boccaccio, ma che solo ora arrivano sulla piazza con la dettagliata scienza del reportage incattivita da una societa’ sempre piu’ descrittiva e sempre meno mitopoietica: i preti, nel libro di Abbate, si sollazzano con le amanti e stuprano le suore; pagano perche’ i figli della vergogna vengano abortiti; stuprano bimbi battezzati e cresimati adolescenti; conducono liasons omosessuali bagnate da notti metropolitane a suon di alchool e musica techno. E di solito vengono puniti con una spostamento da una diocesi all’altra. Insomma, nessuna novita’.

Non dimentichiamo i recenti scandali negli States ed in Irlanda. Le piccole garitte di purezza imposte dalle millenarie regole di ascesi sono assediate dall’esercito invisibile del democratico edonismo occidentale. E le sentinelle disertano giorno dopo giorno.

La novita’ consiste piuttosto nel clamoroso silenzio che ha avvolto la pubblicazione del libro di Abbate in Italia. Le uniche notifiche sono quelle dell’Ansa, del 18 aprile, e di Finanza e Mercati, piccolo quotidiano milanese, del 27 aprile. Potete verificare nel database di Factiva newspaper, se interessati.

 I francesi, che hanno memorie piu’ consistenti in fatto di chiese date al rogo e preti crocifissi, hanno immediatamente captato la notizia. Abbate ha trovato riparo in diversi giornali nazionali e programmi televisivi. L’edizione francese del libro e’ schizzata al dodicesimo posto nella classifica di Amazon per i libri di non-fiction. Il mondo anglosassone ha seguito con il Guardian di Londra, Newsweek, il Washington Post, la CBS. Anche El Mundo la la “Pravda” hanno dato spazio a “Sex and the Vatican.” Perfino gli sciti iraniani, naturalmente con intenzioni diverse, hanno offerto la notizia nei loro telegiornali.

 Mi sarei aspettato qualcosa, almeno da qualche toscano ghibellino e bestemmiatore. O da qualche rosso romagnolo. Nulla. Silenzio. Un’atra di quelle lezioni di giornalismo che ci collocano nelle fogne delle classifiche internazionali per la liberta’ di stampa, subito dietro qualche dittatoriale repubblica delle banane africana. Ancora una volta, nessuna novita’. Sui mezzi adottati per l’imbavagliamento mi affido al tuo  buon senso, Sancio.

Attento pero’, anche questo e’ parte del meccanismo di perversa volgarizzazione della societa’ italiana: alle menzogne ed ai silenzi piu grandi si risponde con fantasie complottistiche che nella loro parzialita’ danneggiano la natura buona di coloro che si battono per il cambiamento.

 Il Vaticano ha gia’ esteso i suoi documenti di rammarico, promettendo pronta risposta in collaborazione con le autorita’ civili. Ma il “volume” dell’indignazione non raggiunge mai la soglia di reazione. Il giornalismo tace, i lettori si danno alle televisioni di stato ed il pantano sociale e politico s’addensa.

 Sono costretto a contraddirmi, in chiusura: in fin dei conti l’equilibrio trovato dall’arcaico popolo italiano nella divulgazione dello scandalo non e’ mutato. Fillepreri rimane inconsapevole mitizzazione, concrezione fumosa di una societa’ priva del carattere primo di ogni vera democrazia, quello di sapersi condannare con feroce indignazione. Una nazione di Fillepreri.

 Ps. Ringrazio con calore Elodie Sandre, suggeritrice, tempo addietro, dell’articolo. Mi scuso inoltre per il ritardo, che rende la Lettera intempestiva. Tuttavia…affrontiamo temi Eterni. Si o no, Sancio?

 

Jul 18, 20112 notes
#Carmelo Abbate #Media italiani #Sex and the Vatican #Vaticano #sesso #Politica
La natura si fa regia, la regia religione. "L' albero della vita", l'ultimo film di Terrence Malick.

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Egregio Sancio Incisore Di Piagge Metafisiche,

 le due ragazzotte bubboniche che mi precedono attaccano la bigliettaia con piglio risoluto:

 “Due biglietti per la Famiglia albero.”

Dietro il vetro la ragazza risponde, senz’emozione: “Vuoi dire l’Albero della vita.”

“Si, si, quello. A che ora finisce? Bene. C’e ancora il treno.”

La pubblicita’, ho pensato, e’ per sua natura distorsiva.

 Ho fatto orario nel piazzale antistante la sala. Due bimbette danzavano nel sole morente, una colata di miele posatasi obliqua sul vasto arco che annuncia lo spazio di rifiorescenza metropolitana. Un elemento di architettura postmoderna che s’arrugginisce dopo pochi inverni, quasi che la periferia gli trasmetta l’infiammazione del decadimento.  Ma le marmocchie erano a loro agio. Si divertivano a piegarsi nella concavita’ dell’arco,  piccole lucertole attirate dal calore e dai misteri della geometria. Papa’ e mamma cullavano il terzo infante, inchiavardato in un passeggino. Le ultime luci del crepuscolo graziavano anche il ghiaccio del loro sidro on the rocks.

 Anche loro, le bruttarelle di quartiere e la famiglia d’immigrati caraibici, sono luminosi caratteri nella bibbia biologica di Terrence Malick, tremule foglie sbocciate in qualche ramo lontano dell’infinito “Albero della vita.”

 Certo la mandibola Actor studio di Brad Pitt e la venerea delicatezza di Jessica Chastain veicolano meglio il messaggio. Ma questa e’ una debolezza cui Malick, baccalaureato in filosofia  ad Oxford ed Harvard, non ha mai saputo rinunciare. In “Badlands” l’eroe anarchico era un giovane Martin Sheen (“Ma sai che somigli a James Dean, ragazzo?!”). In “Days of Heaven” Richard Geere, che con grande sorpresa dimostro’ perfino di saper recitare. Nella “Sottile linea Rossa” i bei grugni si sprecano: Cavaziel, Travolta, Penn, Cloney e molti altri. I significati cinematografici del misantropo americano s’incarnano sempre nelle fattezze di esseri umani benedetti dal dono della bellezza. Cosi’ come le azioni si svolgono sempre nella terra e nel tempo dell’innocenza, quando l’America ancora non si presentava al mondo come un’affilata, tecnocratica potenza spalmata sul pianeta. E’ il tempo dei sudori texani di un adolescente Malick, e’ il tempo delle “Foglie d’ Erba” di Whitman non ancora tosate dalle responsabilita’ globali dell’impero democratico.

 Il tempo del racconto cinematografico si sposta “naturalmente” fra passato e presente, mosso dalle sinestesie di un tribolato Sean Penn, architetto ipocondriaco imprigionato nei vetri e nell’avidita’ sociale del tempo presente. Incastonati nel suo flusso di coscienza la tragedia parentale della morte in combattimento di suo fratello minore, il capitolo paleontologico che va dalla nascita del cosmo all’estinzione dei dinosauri, passando per l’agglutinazione dei mitocondri, e le vaste, serene, metafisiche, oltremondane immagini corali dell’epilogo. Nella sua memoria il miglior trattato di psicologia infantile-adolescenziale che mai la cinepresa abbia raccontato. Insieme ad “Amarcord”, di Fellini.

 Mr. e Mrs. O’Brien (Pitt and Chastain) sono le archetipiche biologie del maschio e della femmina piantati nei luminosi anni ’60 della cittadina di Waco, Texas. Bibliche, darwiniane rappresentazioni dell’aggressivita’ e dell’amore, della lotta per la sopravvivenza e della pace del grembo, dell’arte come conquista (Pitt e’ un mancato pianista) e della natura come artistica possibilita’ di pacifico oblio. I bisbigli heideggeriani fuori campo, ormai un classico dello studente Malick, lo mettono in chiaro fin da subito: si puo’ vivere secondo Natura o secondo Grazia.

 Le meravigliose orecchie a ventola del piccolo Jack (Hunter MacCracken) cercano, nelle lunghe giornate dell’epopea estiva texana, l’equilibrio nelle discordanti modulazioni che le due diverse didattiche gli propongono: i ceffoni spietati ed egoistici del Padre o i profumi, le bianchezze ed i vestiti a fiori della Madre. L’amore e l’antagonismo con il fratello minore, la morte di un amico, le domeniche in chiesa, la violenza dei criminali, e l’orrore degli storpi, il piacere della violenza, gli istinti patricidi, quelli incestuosi, le famiglie che si scannano al crepuscolo, o a tavola, le bande di amici, i pruriti fra i banchi di scuola etc, etc, etc. Fermati un attimo Sancio, e troverai, nella tua specifica forma, un microcosmo estivo come quello raccontato da Malick. In quei giorni veniamo plasmati per sempre.

 Malick ha girato esclusivamente con luce naturale, e l’estetica dei movimenti di camera e’ “memoriale”. Esiste un profondo tentativo sensoriale, “proustiano” nella regia. Gli innumerevoli oggetti, gli ostinati primissimi piani spingono l’immagine al limite delle possibilita’ artistiche. La regia di Malick vuole diventare natura. La grazia vuole diventare Natura. A questo si deve forse la lunghissima sequenza della “Genesi”, mezzora di stupendi effetti speciali di Douglas Tumbull, il medesimo compagno di merende visionarie di Kubrick in 2001. Il realismo scientifico delle cosmogonie e le aspirazioni religiose disegnano il passepartout entro il quale la vicende umane e familiari si agitano. Qualcuno ha rimarcato, con acume: “L’albero della vita e’ il film che la divinita’ bambina dell’ultima scena di 2001 avrebbe girato se fosse tornata sulla terra.” Kubrick e Malick non condividono soltanto l’ossessiva perfezione dell’immagine, il ristretto numero di film girati ed il terrore e la ripugnanza per le folle volgari di Holliwood.

 Non sono rimasto inchiodato ai titoli di coda come mi accade quando lo stupore mi impedisce di lasciare la poltrona. Fuori, una delle spettatrici, una racchietta fasciata da un brevissimo vestito leopardato, dava riposo ai piedi, levandosi il cilicio dei tacchi a spillo. Insolitamente faticoso, ho pensato, per un viaggio cinematografico lungo due ore.

 Presto guardero’ per l’ennesima volta “La sottile linea rossa”, solo per arrivare alla semplicita’ e la potenza che quel germoglio, insieme ai canti malaisiani, trasmette alla fine della pellicola. Malick ha trovato la perfezione nel racconto dell’Uomo. Descrivere Dio e’ impresa artisticamente pericolosa. Dante, piu’ furbo,umile ed ignorante, si fermo’ un attimo prima.

Jul 9, 2011
#Brad Pitt #Kubrick #L'albero della vita #La sottile linea rossa #Terrence Malick #lettere
Paride, Achille, Ettore, Menelao e Pippo: ascesa e declino delle grandi racchette.

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Gufante Sancio Governatore d’Isole,

la nerboruta cavalletta serba dice di aver reagito d’istinto quando, soverchiato dalla memoria di tutte le decennali sfaticate sui campi, ha ingurgitato un ciuffo di fili d’erba del centrale di Wimbledon, edenico praticello dove aveva appena conquistato il piu’ agognato dei titoli tennistici.  Lo chiamerei peccato originale, visto che tutto mi pare fuorche’ un’erbofagia indotta dalle restrizioni esistenziali cui ogni sportivo professionista fin dall’infanzia si sottopone.

 Il bacio alla terra rossa dell’altro glorioso insetto tennistico, il grillo atomico Schiavone, e’ troppo vicino nella memoria perche’ la spontaneita’ del gesto di Djokovic non appaia come un eccellente episodio pubblicitario per gli annali della storia. Ma che vuoi, anche Nadal, nel 2008, dopo aver vinto la piu’ bella partita nella storia del tennis, s’arrampico’ su per le olivastre balaustre del centrale alla ricerca di mamma e papa’, non ancora divorziati. Anche lui copiava il buon Sampras, che dopo esser diventato il piu’ vittorioso fra gli impallinatori della storia, ando’ alla ricerca del padre, facilmente riconoscibile fra la folla per le sue sopracciglia corinzie d’immigrato greco nella terra dei sogni americani. Sussulti edipici, tensioni sessuali ed alimentari, convivono, anzi determinano, l’ineffabile bellezza di chi ha sacrificato milioni di istanti per il perseguimento di un obiettivo soltanto. Ed a tutti i sognatori, spontanei o meno, va la nostra piu’ alta considerazione.

 Con il raggiungimento della finale Djokovic diventa il numero uno della classifica mondiale, sorpassando, di qualche centinaio di punti il povero torello scornato di Nadal, battuto 5 volte in cinque diverse finali nel corso degli ultimi 6 mesi. Miami e Indian Wells sul cemento americano, Madrid e Roma sulle terre rosse europee. Poi l’erba del piu’ classico degli appuntamenti, l’isola britannica di Wimbledon. Insomma le ha prese su tutte le superfici, raccogliendo pochi game durante la semestrale toreada. Sanguinolento e’ crollato dove aveva toccato l’apice della sua carriera, sflosciandosi esausto nel crepuscolo londinese dopo aver negato a re Federer la conquista del record di 6 vittorie consecutive di Borg, e soprattutto provando a se stesso, dopo due consecutive sconfitte nello stesse circostanze (campo centrale e re Federer) di non essere un mero mulo da campo terroso. Ieri mirava alla conquista del suo 11 slam, che lo avrebbe portato a 5 titoli dai 16 di Federer, il piu’ grande di sempre. Nel quarto round, contro Pippo del Potro, s’e’ azzoppato, tanto per cambiare. Dall’infortunio al quadricipite nel 2009 al roland Garros, quando perse in 4 set contro quel vichingo stitico di Soderling, Nadal e’ stato impedito nella vittoria degli slam solo dagli infortuni. Spalla, caviglia, muscoli addominali, febbre, diarrea, gomito, unghie incarnite, emicranie, metatarsi scheggiati e via discorrendo. Vale a dire che ha vinto tutte le volte che  non e’ stato obnubilato dagli acciacchi. Nadal ha solo 25 anni, ma vanta tutti gli scricchiolii di mio nonno, curvatosi sulle spighe di grano per ventanni e sulle fornaci industriali per altri venti.

 Prodotto di una famiglia di sportivi di professione il piccolo Natale e’ stato dato in mano ad uno zio abbronzato ed incazzoso, che gli ha violentato la natura spostandogli, a 13 anni, la racchetta dalla sua mano naturale, la destra, a quello che sarebbe diventato un altro simbolo memorabile del tennis, il suo muscolato braccio sinistro. I due insieme hanno cambiato la storia recente del tennis, portando il militarismo prussiano sui campi da gioco. Poche ciance e tanti dritti in estatici top spin, che hanno esaltato tutti i lettori di Hemingway, adoratori dell’understatement  e della “grazia sotto pressione” della prosa, letteraria o tennistica che sia. Ovviamente io sono fra questi. Eroe violento vincera’ ad intermittenza fino ad essere scalcagnato dal piu’ godereccio dei Paridi. L’allegro Djokovic impersona bene il ruolo.

 Nonno Federer s’e fermato per il secondo anno consecutivo ai quarti. L’anno scorso  sorpreso dal diligente Berdich, ingaggiato ora da Peter Weir per un sequel dell’ Attimo fuggente, e quest’anno sconvolto da Mohamed Ali Tsonga, talento vigoroso destinato alla vacuita’ della teatrale grandeur francese. L’imperatore Adriano non s’e’ piu’ ripreso dalle botte prese dal barbaro nella finale del 2008. Pianse dopo aver perso la finale successiva, a Melbourne. La sua prosa di passaggio, la sua elegante filosofia decadente, ne’ serve and volley ne’ gutturalismo da fondo campo, s’e’ spenta con le sue ultime vittorie, quella a Wimbledon del 2009 contro Roddick ( che sveglia la bella moglie nel mezzo della notte orrificato dalla vole’ mancata nel secondo set, quando poteva chiudere il match) e quella negli states del 2010 contro la checca Murray. Con 16 slam e’ venerato ormai come divinita’ estinta, ed il suo mento ben rasato ed i suoi capelli da studentello di filosofia saranno solo per la paffuta moglie e le piccole pargolette che ciucciano biberon nike davanti alla televisione, coi nonni. Avra’ ancora qualche sussulto, come la finale di Parigi, in Maggio. Per il resto sara’ un’olimpica, silenziosa ascesa, Ettore peregrinante solitario per le altitudini dove le urla sgraziate dei nuovi eroi risuonano come triviali, orgiastici baccanali. Commentera’ per la BBC come Becker, fara’ del bene per i bambini disgraziati come Agassi e stara’ in tribuna in una gara di ciuffi argentati con Borg, mai superato.

 Poche parole per il numero quattro, Menelao. Murray ha ricevuto l’ennesima notifica della mediocrita’ del suo talento. Perche’ vinca uno slam Djokovic, Nadal, Federer e Del Potro devono essere sequestrati da un commando del MI5 travestito da jihadisti islamici. Le prossime olimpiadi  londinesi sono un’occasione da non perdere. I britannici, che hanno inventato le competizioni (da buoni colonizzatori) ma le hanno vinte solo quando erano gli unici a partecipare, potrebbero finalmente trovare pace. Cosi’ la madre di Murray, corvaccio oscuro e bavoso elemento da pub scozzese col vizio per i maschiacci latini (vedi i commenti su “deliciano” Lopez).  

 Il numero cinque e’ Pippo Del Potro, allampanato argentino gentile coi raccattapalle, di dritto lancinante, barba incolta e poche parole.  Non e’ forse abbastanza per creare un altro feticcio sportivo?

 

Jul 4, 20114 notes
#Del Potro #Djokovic #Fedrer #Murray #Nadal #Wimbledon #lettere
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