Paride, Achille, Ettore, Menelao e Pippo: ascesa e declino delle grandi racchette.

Gufante Sancio Governatore d’Isole,
la nerboruta cavalletta serba dice di aver reagito d’istinto quando, soverchiato dalla memoria di tutte le decennali sfaticate sui campi, ha ingurgitato un ciuffo di fili d’erba del centrale di Wimbledon, edenico praticello dove aveva appena conquistato il piu’ agognato dei titoli tennistici. Lo chiamerei peccato originale, visto che tutto mi pare fuorche’ un’erbofagia indotta dalle restrizioni esistenziali cui ogni sportivo professionista fin dall’infanzia si sottopone.
Il bacio alla terra rossa dell’altro glorioso insetto tennistico, il grillo atomico Schiavone, e’ troppo vicino nella memoria perche’ la spontaneita’ del gesto di Djokovic non appaia come un eccellente episodio pubblicitario per gli annali della storia. Ma che vuoi, anche Nadal, nel 2008, dopo aver vinto la piu’ bella partita nella storia del tennis, s’arrampico’ su per le olivastre balaustre del centrale alla ricerca di mamma e papa’, non ancora divorziati. Anche lui copiava il buon Sampras, che dopo esser diventato il piu’ vittorioso fra gli impallinatori della storia, ando’ alla ricerca del padre, facilmente riconoscibile fra la folla per le sue sopracciglia corinzie d’immigrato greco nella terra dei sogni americani. Sussulti edipici, tensioni sessuali ed alimentari, convivono, anzi determinano, l’ineffabile bellezza di chi ha sacrificato milioni di istanti per il perseguimento di un obiettivo soltanto. Ed a tutti i sognatori, spontanei o meno, va la nostra piu’ alta considerazione.
Con il raggiungimento della finale Djokovic diventa il numero uno della classifica mondiale, sorpassando, di qualche centinaio di punti il povero torello scornato di Nadal, battuto 5 volte in cinque diverse finali nel corso degli ultimi 6 mesi. Miami e Indian Wells sul cemento americano, Madrid e Roma sulle terre rosse europee. Poi l’erba del piu’ classico degli appuntamenti, l’isola britannica di Wimbledon. Insomma le ha prese su tutte le superfici, raccogliendo pochi game durante la semestrale toreada. Sanguinolento e’ crollato dove aveva toccato l’apice della sua carriera, sflosciandosi esausto nel crepuscolo londinese dopo aver negato a re Federer la conquista del record di 6 vittorie consecutive di Borg, e soprattutto provando a se stesso, dopo due consecutive sconfitte nello stesse circostanze (campo centrale e re Federer) di non essere un mero mulo da campo terroso. Ieri mirava alla conquista del suo 11 slam, che lo avrebbe portato a 5 titoli dai 16 di Federer, il piu’ grande di sempre. Nel quarto round, contro Pippo del Potro, s’e’ azzoppato, tanto per cambiare. Dall’infortunio al quadricipite nel 2009 al roland Garros, quando perse in 4 set contro quel vichingo stitico di Soderling, Nadal e’ stato impedito nella vittoria degli slam solo dagli infortuni. Spalla, caviglia, muscoli addominali, febbre, diarrea, gomito, unghie incarnite, emicranie, metatarsi scheggiati e via discorrendo. Vale a dire che ha vinto tutte le volte che non e’ stato obnubilato dagli acciacchi. Nadal ha solo 25 anni, ma vanta tutti gli scricchiolii di mio nonno, curvatosi sulle spighe di grano per ventanni e sulle fornaci industriali per altri venti.
Prodotto di una famiglia di sportivi di professione il piccolo Natale e’ stato dato in mano ad uno zio abbronzato ed incazzoso, che gli ha violentato la natura spostandogli, a 13 anni, la racchetta dalla sua mano naturale, la destra, a quello che sarebbe diventato un altro simbolo memorabile del tennis, il suo muscolato braccio sinistro. I due insieme hanno cambiato la storia recente del tennis, portando il militarismo prussiano sui campi da gioco. Poche ciance e tanti dritti in estatici top spin, che hanno esaltato tutti i lettori di Hemingway, adoratori dell’understatement e della “grazia sotto pressione” della prosa, letteraria o tennistica che sia. Ovviamente io sono fra questi. Eroe violento vincera’ ad intermittenza fino ad essere scalcagnato dal piu’ godereccio dei Paridi. L’allegro Djokovic impersona bene il ruolo.
Nonno Federer s’e fermato per il secondo anno consecutivo ai quarti. L’anno scorso sorpreso dal diligente Berdich, ingaggiato ora da Peter Weir per un sequel dell’ Attimo fuggente, e quest’anno sconvolto da Mohamed Ali Tsonga, talento vigoroso destinato alla vacuita’ della teatrale grandeur francese. L’imperatore Adriano non s’e’ piu’ ripreso dalle botte prese dal barbaro nella finale del 2008. Pianse dopo aver perso la finale successiva, a Melbourne. La sua prosa di passaggio, la sua elegante filosofia decadente, ne’ serve and volley ne’ gutturalismo da fondo campo, s’e’ spenta con le sue ultime vittorie, quella a Wimbledon del 2009 contro Roddick ( che sveglia la bella moglie nel mezzo della notte orrificato dalla vole’ mancata nel secondo set, quando poteva chiudere il match) e quella negli states del 2010 contro la checca Murray. Con 16 slam e’ venerato ormai come divinita’ estinta, ed il suo mento ben rasato ed i suoi capelli da studentello di filosofia saranno solo per la paffuta moglie e le piccole pargolette che ciucciano biberon nike davanti alla televisione, coi nonni. Avra’ ancora qualche sussulto, come la finale di Parigi, in Maggio. Per il resto sara’ un’olimpica, silenziosa ascesa, Ettore peregrinante solitario per le altitudini dove le urla sgraziate dei nuovi eroi risuonano come triviali, orgiastici baccanali. Commentera’ per la BBC come Becker, fara’ del bene per i bambini disgraziati come Agassi e stara’ in tribuna in una gara di ciuffi argentati con Borg, mai superato.
Poche parole per il numero quattro, Menelao. Murray ha ricevuto l’ennesima notifica della mediocrita’ del suo talento. Perche’ vinca uno slam Djokovic, Nadal, Federer e Del Potro devono essere sequestrati da un commando del MI5 travestito da jihadisti islamici. Le prossime olimpiadi londinesi sono un’occasione da non perdere. I britannici, che hanno inventato le competizioni (da buoni colonizzatori) ma le hanno vinte solo quando erano gli unici a partecipare, potrebbero finalmente trovare pace. Cosi’ la madre di Murray, corvaccio oscuro e bavoso elemento da pub scozzese col vizio per i maschiacci latini (vedi i commenti su “deliciano” Lopez).
Il numero cinque e’ Pippo Del Potro, allampanato argentino gentile coi raccattapalle, di dritto lancinante, barba incolta e poche parole. Non e’ forse abbastanza per creare un altro feticcio sportivo?
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