3rd Nov 2012
Hobbes.Europa.lettere.
Perchè il cuore è comunista, la materia grigia anarchica e il pene un capitalista d’avanguardia

È normale che la soluzione migliore sarebbe un Cosmo Unificato dove sassi, amebe, delfini, uomini e nazioni siano incubi malvagi ambientati in un passato millenario di sangue ed orrore. Saremmo, come si è davanti ad uno specchio, il gatto che s’aggroviglia fra le siepi in giardido, la foglia rorida nel mattino baciato dal sole, la gattara che stende i lini e porta i maccheroni al micio e poi il cielo, il sole, le galassie e l’impenetrabile infinito appena là, fuori. Lascerei che a votare fossero i polipi di Indipendence day. Avrei completa fiducia.
Mi spiace comunicarvelo ma avviene esattamente il contrario, oggigiorno. La scomparsa dei dinosauri permise ai mammiferi di prendere le terre emerse. Divenuto appena decente, a Lascaux per esempio, il sapiens cacciatore-raccoglitore badò nei suoi brevi giorni a quel cesso di femmina che ciclicamente s’enfiava come un mammut (sentimento ricambiato). E poco altro. Per le prime città si devono aspettare i millenni e l’idea di coltivare la terra. Poi le succose sponde di Tigri ed Eufrate. E gli egizi, i cretesi, i micenei, Atene e Sparta e Dario e gli Etruschi e i romoliani di Roma. Poi i babbari che scazzano tutto, impero e koinè, proprio quando la macchia di petrolio (allora appartenente ad un’unica, rigogliosa sorella) cominciava a spadersi a dovere. Insomma la boiata delle nazioni prese corpo.
Ma che fatica. Hobbes, il Leviatano, le burocrazie del Re Sole (lui sì, elegantemente cosmico). Il tapino Napoleone e lo zar e quel freddo di Mosca. Francesi e inglesi nel frattempo pigliano i mondi, moltiplicandoli. Il cruccaccio baffetto e il baffone bolscevico e quel freddo di Mosca. Ogni tentativo di inserirci in un fascio è miseramente fallito. Un attimo però. L’Europa?! Il Bipolio?! Il crollo, Il Monopolio?! L’ONU?! Signor Habermas, attacco la sua politica interna mondiale con tre dadi blu dalla Kamchatka. E i BRICS e i PIGS.
Guardate un po’ che succede nel più avanzato e logoro esperimento politico che l’universo conosca. In Spagna la Catalogna, in GB la Scozia, in Francia la Corsica, in Italia la Padania, in Belgio la Fiamminghia. Perchè dal Cosmo Unificato passo alle genti, e dalle genti alle nazioni, e dalle nazioni alle regioni, e da queste alle città e al quartiere. E ancora non mi riconosco. Voglio di più. La famiglia?. No. Robaccia. La pulzella? Per carità, mi vuole tuttodunpezzo. Mi basto allora, riduco il cosmo a questo perimetro di carne che mi cresce intorno. La repubblica totalitaria della carne singolare. Che ne dite? No, ancora no.
Perchè il cuore è comunista, la materia grigia anarchica e il pene un capitalista d’avanguardia. E mani e piedi e naso e gomiti protestano per l’indipendenza. Tristi primavere, poveri stolti. Ciò che ci vuole è una Federazione Democratica degli Organi e dei Tessuti. Macchè. Sarò la più sanguinosa repressione che la storia abbia mai visto. E veleno per il gatto. E l’insulto per la gattara. E un rutto olimpico che sfida le galassie, dileggia l’infinito.
17th Aug 2012
lettere.
Consigli per una tigre fifona

Macco, non aver paura del sorcio a molla. E’ solo un aggeggio messo a carica da qualche divinita’ in ciabatte. Tutto cio’ che vuole e’ un amore buffo. Stilla su di te la passione che i suoi simili olimpici confinano nel silenzio. Nosce te ipsum, Macco: una retromarcia ha fatto dei tuoi fratelli una marmellata di gatto. Tua madre e’ tornata su di voi solo per la pieta’ che le abita le fauci, cosi’ come sfreccia nei cieli e s’intalpa nelle profondita’ di terre e mari, o negli occhi di mio fratello, che ti ha pigliato quando eri un vagito che scricchiolava fra le ossa. Unico superstite Macco, hai sfiorato il nulla e l’assenza, il vuoto, le labbra gelide che precedono il silenzio. Quindi nessuna strizza per il maledetto sorcio a molla. E nemmeno per le ciabatte e le altitudini del balcone. Chi ha avuto un biglietto per il loculo del pattume e’ destinato a parlare per conto delle stelle. Ragazzo mio, ci vuole scienza, artigli che buchino corde e plastica e ingranaggi. Solo uno stupido artefatto che s’infila nel buio dei divani. Macco Macco, occhi che avvampano nella foresta della notte, quale mano o occhio immortali hanno osato disegnare la tua terribile simmetria?
Latte e crocchette sono solo la robaccia del presente, il commercio che vorrebbe farsi natura. Ma io vedo in te la tigre, come la rivoluzione nel primo gesto di disobbedienza. Ora e’ la palla da tennis, o lo scarrafone che molleggia sulla mensola, pure lui. Domani saranno bufali e gaur, tonnelate di carne e quel sangue, quel sangue che ti chiudera’ gli occhi fra le felci, la notte. Ora e’ mia madre, che ti parla negli spicchi di luce del meriggio. Domani sara’ la solitudine, e la foia, e tutto quel mondo intorno come un sogno, come un sogno da dominare. Saro’ io stesso ad occuparmi del trasporto, quando verra’ il momento. Cina o India? Giava o il Caspio? Ci mancherai, anche se in fondo tutti sappiamo, gia’ adesso, che la feroce aggressione dell’alluce e’ l’inequivocabile denuncia di un gatto destinato a stracciare tutte le teorie tassonomiche. Ricordati, potevi essere marmellata. Ora dipende da te, da te solo. Bisogna somigliare a se stessi Macco. E tu sei la piu’ splendida tigre che mai abbia solcato le strade di periferia. Conosci te stesso, somiglia a te stesso. Entra nella notte del divano, lacera l’illusione del sorcio a carica, torna con la chiave fra le fauci. Superare se stessi, in fin dei conti, e’ solo un affare da salotto. Per questo io mi esercito sui caffe’ e le sigarette, Macco, occhi che avvampano.
16th Aug 2012
Dov'era il tennis.Montale.lettere.
Dov’era il tennis…
Dov’era una volta il tennis, nel piccolo rettangolo difeso dalla massicciata su cui dominano I pini selvatici, cresce ora la gramigna e raspano i conigli nelle ore di libera uscita. Qui vennero un giorno a giocare due sorelle, due bianche farfalle, nelle prime ore del pomeriggio. Verso levante la vista era (e’ ancora) libera e le umide rocce del Corone maturano sempre l’uva forte per lo “sciacchetra’”. E’ curioso pensare che ognuno di noi ha un paese come questo, e sia pur diversissimo, che dovra’ restare il suo paesaggio, immutabile; e’ curioso che l’ordine fisico sia cosi’ lento a filtrare in noi e poi cosi’ impossibile a scancellarsi. Ma quanto al resto? A conti fatti, chiedersi il come e il perche’ della partita interrotta e’ come chiederselo nella nubecola di vapore che esce dal cargo arrembato, laggiu’ sulla linea della Palmaria. Fra poco s’accenderanno nel golfo le prime lampare. Intorno, a distesa d’occhio, l’iniquita’ degli oggetti persiste intangibile. La grotta incrostata di conchiglie dev’essere rimasta la stessa nel giardino delle piante grasse, sotto il tennis; ma il parente maniaco non verra’ piu’ a fotografare al lampo di magnesio il fiore unico, irripetibile, sorto su un cacto spinoso e destinato a una vita di pochi istanti. Anche le ville dei sudamericani sembrano chiuse. Non sempre ci furono eredi pronti a dilapidare la lussuosa paccottiglia messa insieme a suon di pesos e milreis. O forse la sarabanda dei nuovi giunti segna il passo in altre contrade: qui siamo perfettamente defilati, fuori tiro. Si direbbe che la vita non possa accedervisi che a lampi e si pasca solo di quanto s’accumula inerte e va in cancrena in queste zone abbandonate. “Del salon en el angulo oscuro- silenciosa y cubierta de polvo- velase el arpa…”. Eh, si’, il museo sarebbe impressionante se si potesse scoperchiare l’ex paradiso del Liberty. Sul conchiglione-terrazzo sostenuto da un Nettuno gigante, ora scrostato, nessuno apparve piu’ dopo la sconfitta elettorale e il decesso del Leone del Callao; ma la’, sull’esorbitante bovindo affrescato di peri meli e serpenti da paradiso terrestre, penso’ invano la signora Paquita buonanima di produrre la sua serena vecchiaia confortata di truffatissimi agi e del sorriso della posterita’. Vennero un giorno i mariti delle figlie, i generi brazileiri e gettata la maschera fecero man bassa su quel ben di Dio. Della duena e degli altri non si seppe piu’ nulla. Uno dei discendenti rispunto’ poi fuori in una delle ultime guerre e fece miracoli. Ma allora si era giunti si’ e no ai tempi dell’inno tripolino. Questi oggetti, queste case, erano ancora nel circolo vitale, fin ch’esso duro’. Pochi sentirono dapprima che il freddo stava per giungere; e tra questi forse mio padre che anche nel piu’ caldo gioeno d’agosto, finita la cena all’aperto, piena di falene e d’altri insetti, dopo essersi buttato sulle spalle uno scialle di lana, ripetendo, sempre in francese, chissa’ perche’, “ il fait bien froid, bien froid”, si ritirava subito in camera per finir di fumarsi a letto il suo Cavour da sette centesimi.
Montale, La Bufera.
14th Aug 2012
Scalfari.Ferraris.la Repubblica.lettere.Nietzsche.
La puttana, il cactus e la cosa in se’.

Come dice Scalfari (riferendosi a Nietzsche) nel suo ameno carteggio con Ferraris sulla Cosa in se’, provavo, ieri notte, a “smantellare il mio io per poter amare gli altri senza invaderli”. E mentre ponderavo sono precipitato su un fusto di cactus in piazza Yenne. Lo trovate, sconfitto e moscio, giusto davanti al locale “Mojito”. Ora ho una gragnuola di Cosa in se’ nelle mani, che opero con pinzette e poco successo. Il mio IO e’ la puttana di sempre, smantellata (non siate volgari) ma resistente (come sostiene Ferraris). Una prostituzione temporanea legata alla carne e all’essere, l’antitesi hegeliana che precede la dissoluzione eterna nel caos o nell’ordine dello Spirito o in quello di Dio, fate voi. A quanto pare l’Idiota e le Spine si incontrano sempre, con poca clemenza reciproca. La rifrittura filosofica del barbogio de la Repubblica offre lo spunto e la coincidenza. Ma non posso ignorare come dagli Altri, che volevo amare senza invadere, e dai Lettori, invasi e poco amati da colonne incomprensibili, giungano solo pernacchi, sberleffi e salaci osservazioni sul maldestro tentativo. Il Noumeno e’ pertanto un’interpretazione conoscibile. Anzi, meglio, e’ il Tempo (come pensava Heidegger). Perso, pero’.
PS: Gli articoli cui si fa riferimento si trovano anche nella versione online del giornale.
16th Jul 2012 | 1 note
ISSEP.Giusi Gradoli.Rober Skeates.Bonorva.lettere.archeologia.preistoria.
Nelle grotte sarde un tesoro da scoprire

ISSEP, anche gli acronimi meritano l’investigazione archeologica. L’International Summer School on European Prehistory, che ha varato ieri a Bonorva la sesta edizione, somiglia all’ambiguità delle rosse spirali nelle Domus de janas di Pala Larga: un estremo al centro del viluppo, l’altro aperto al cosmo.
Tutto comincia all’Università di Leicester, Regno Unito, dove la geologa sarda Giusi Gradoli affina la conoscenza della terra con una leurea in archeologia. Nel 2004 il convegno mondiale sull’arte rupestre a Pinerolo, Torino: «Lì, nel vedere che l’arte rupestre era diffusa in tutto il mondo, mi sono chiesta come mai in Sardegna nessuno avesse mai pensato di andarla a cercare con un programma di ricerca mirato», racconta la geoarcheologa.
Poi, fra il 2005 e il 2007, la Sardegna centrale e la “prospezione”, delicata tecnica di indagine del sottosuolo. Il risultato è la nascita di un nuovo universo che vive in Sardegna fra il neolitico medio e il bronzo medio.
Gli antropomorfici e mascherati cacciatori di cervi rappresentati in rosso e nero, la deposizione dei crani, le ossa animali affastellate in piccole nicchie, l’utilizzo dell’acqua: le grotte sarde ospitarono una ritualità talmente elaborata da richiedere l’intervento di un’élite di ricercatori, guidata dalla stessa Gradoli e dal guru dell’archeologia mediterranea Robin Skeates, dell’Università di Durham. Ossa umane e animali, ceramiche, flora, fauna. La ricostruzione del Dna dei nostri avi, ormai completata, viene eseguita in Australia. Ogni elemento ha la sua balia accademica. Anche il denaro, garantito dalla British Accademy.
«Attraverso l’analisi dei materiali sono riuscita a riprodurre una delle ceramiche. Ho spedito sia il pezzo originale che il mio manufatto ad un collega inglese, chiedendogli, senza svelare il trucco, un’opinione sulla possibile datazione», racconta la Gradoli. Il responso? «Sono assolutamente identici e coevi, ma uno sembra, come dire, fresco». La sola letteratura non basta alla traduzione del mistero in conoscenza. È necessaria, si direbbe, la sinergia delle scienze.
Nasce così, nell’estate 2007, la Scuola estiva internazionale di preistoria europea. Fino al 20 luglio le voci (tutte in inglese) di alcune fra le più importanti figure dell’archeologia mondiale si intrecceranno in un master aperto e gratuito, che alternerà letture, discussioni e visite ad un’area, quella di Bonorva, ricca di “emergenze archeologiche”: «La scuola - spiega Giusi Gradoli - è itinerante. Ogni anno andiamo, grazie ai comuni ospitanti, la Regione e il Banco di Sardegna, dove è più evidente la necessità di sensibilizzare le comunità e le istituzioni».
Molti siti sono in pericolo, sia per la barbara curiosità di qualche turista indigeno, sia a causa di qualche scavo maldestro. Indigeno, anch’esso. Al termine degli incontri la commissione scientifica della Scuola produrrà un documento in difesa dei monumenti preistorici che la Sardegna conserva. A chi inoltrarlo? «Alle istituzioni nazionali, internazionali, se necessario», Come le spirali di Pala Larga, viluppo o cosmo.
Pubblicato su L’Unione Sarda del 16 Luglio 2012