Lettere a Sancio Panza

lettere.Ivano Fossati.Cagliari.Sardegna.Decadancing.

Lettera per Fossati.

 

Egregio Sancio Governatore d’Isole,

 ripropongo l’articolo pubblicato da L’Unione Sarda il 10-1-2012 dal titolo: “In sala tra ricordi, emozioni, pensieri”. E’ il nostro omaggio a Ivano Fossati, che se ne va, ma mica gli puoi dire nulla. Che  anche grazie a lui la nostra Isola di nuvole e’ piena.

Le semplice lettera di “Settembre” si chiude senza retorica, ricamata nelle note morbide del piano e nella lingua essenziale dell’ultimo Fossati, il decadancing. Al ragazzo nella seconda loggia, avra’ 30 anni, ricorda il destino di un altro ligure, Montale, che solo in vecchiaia abbandono’ i sogni di tenore, assottigliandosi in versi ossuti, sinceri.

Ma non c’e tempo per gli alambicchi delle similitudini: dal palco decolla “Lindberg”. Era il 1992,  nell’album anche  “Notturno delle tre”, “Mio fratello che guardi il mondo”, “La canzone popolare”, gracchiata per strada nelle elezioni del ’96. Da allora Fossati non la ripropone dal vivo. I suoni sintetici e la banalita’ dei temi dell’epoca non toccano l’artigiano genovese. Lindberg e’ un viaggio celeste e il ragazzo della seconda loggia si perde negli arabeschi del soffitto del Teatro Lirico.

Non e’ un caso se alle disilluse riflessioni di “Cara democrazia” (L’arcangelo, 2006) segue “La crisi”. La signora in platea, 60 anni (ma portati per bene), tiene il tempo sul bracciolo, divertita. Era il 1979, l’epoca dell’oro era finita in silenzio e l’occidente cominciava quel declino invisibile che oggi balla sulle labbra delle masse. Fossati usciva con “La mia banda suona il rock”: dentro anche “Vola” e “Di tanto amore”, scritta per Mia Martini, musa e compagna per tanti anni. Malinconia eterna. Quando Fossati, a sopresa, ne innesca gli accordi, le rughe della signora in platea perdono il sorriso, arricciandosi in un broncio.

La viola raschia il cuore all’uomo della prima loggia. L’idillio metafisico di “C’e’ tempo” pervade la sala. E’ “Lampo viaggiatore” (2003), l’album della piena maturita’. Fossati evade dalle sofisticazioni barocche dei tardi anni ’90. “Io sono un uomo libero” gentilmente prestata al re degli ingnoranti Celentano, “Ombre e luce”, capolavoro sognante in bilico fra cinema e realta’, la lirica lieve de “Il bacio sulla bocca”: l’uomo della prima loggia sa che l’intellettuale e l’artigiano si sono incontrati in un luogo cosi’ alto che la musica, per quanto leggera, stentera’ a rimetterci piede. E si rammarica.

E’ il momento dei bis: passano rapide “Una notte in Italia” (“La canzone a cui tengo di piu’, se mi puntate una pistola alle tempie”), le visioni viaggianti de “La pianta del te’”, “La costruzione di un amore”, passione digrignata della giovinezza. Ma il consiglio d’apertura, “Divertiamoci, non ci pensate”, non serve. La ragazza della seconda loggia piange quando il flauto onirico de “I treni a vapore” comincia a fischiare. Sa bene che i sogni sono cosa rara, che il coraggio di viaggiare e la necessita’ di svanire in silenzio sono il dramma, il segreto dei poeti. Il trucco viene via in neri rigagnoli sulle gote. Ma i treni continuano a sbuffare, il vapore a confondersi con le nuvole.

 

lettere.Napoli.Camorra.Somalia.Schizofrenia.

Dio salva i poeti e i folli. Pasquale.

In fondo alle tazzurielle mie non ci sta il caffe’

Ma una collezione d’unghie il volto

Magro di tutti coloro che uccisi

 

In fondo sapete pure voi

Rimestare lo zucchero e’ opera di bravi

Quel grattare d’ombre quello sciogliersi d’ombre

Lo mandate giu’ mentre pensate al conto

 

Io no, il cuore mio e’ albergo e fabbrica

Periferia d’altri demoni

Appena fuori il cerchio della storia

Sono la memoria oscura il vostro progresso

Il cancro luminoso le vostre ore placide.

 

Ho ucciso a Napoli come si beve la pioggia a Milano

Ho stuprato a Mogadiscio come a Buenos Aires

Si sfiora il tango per la strada

Non sapete, non sapete

Sbranare il collo di un birro baciarne il sangue

I miei denti nella carotide sua

Succhiavo i secoli alla mammella di dio.

 

Arriccio spaghetti per le moltitudini della modernita’

Ora che il mio corpo cola carne a terra

Per farne pozzanghera ieri

Ieri no, gruoss sulla moto sul carro

La pistola la mitraglia, per la mafia per lo stato

Una madre la patria

Un padre il colonnello

S’era scugnizzi nel cortile del tempo

Guappi o guerrieri s’era come le pietre gli alberi

Si uccideva

 

Ora no

Margherita leggeva se le pillole scurivano

Le squame del demone, dicette lei

Che andava baciato che andava amato

Mi puliva il culo m’asciugava la bava

Le pupille mie le luci dei lampioni l’eternita’

 

Ora no

Arriccio spaghetti per le anime lisce della modernita’

L’Italia impossibile troia io che sono aborto

Margherita, le Lettere tue astruse

La figa tua implume

Ad ogni colpo di lingua sono nel grembo

Nudo finalmente

A casa. 

Dirindin.OPG.Poeti.Psichiatria.Sardegna.Società.schizofrenia.Lettere.

Dio salva i poeti e i folli. Marco.

“Mi chiamo Marco e scrivo la mia storia su tavole d’argilla, lisce lisce. Ho cominciato la preghiera quando avevo 16 anni: tempia petto ginocchio tempia petto ginocchio. Non ho mai smesso. Non sono io a volerlo. Io eseguo. E’ l’omino delle pagine gialle a decidere. Lui dice sempre il vero. Anche voi lo avete. Forse il vostro dorme. Il mio no. Lui legge le pagine e mi consiglia su tutte le cose. Bravo bravo. A volte cattivo cattivo. Nelle pagine ci sono tutte le cose del mondo. L’omino le mette in ordine e poi me le passa  negli scontrini, come quando Chiaredda mi manda a fare la spesa al supermercato, lunghi lunghi. E poi io eseguo. Per ascoltarlo dovete fare campana nell’orecchio ed aspettare. Come le conchiglie. A volte c’e confusione. Datevi uno schiaffo o due. Poi ascoltate, eseguite. Bravi bravi. Biondo, sei un figlio di puttana.

Mio padre era muratore mia madre casalinga. Era troppa la loro notte. Si arrabbiavano quando facevo la preghiera. Si vergognavano. A scuola invece mi sfottevano. Tempia petto ginocchio. Tutti a parte Giuliedda. Aveva un broncetto piccolo piccolo e gli occhi belli belli. Avrei comprato la macchina, una casa. E il lavoro, certo. Non ero molto bravo a scuola, ma alla fine mi promuovevano sempre. Ero normale. A parte la preghiera, tempia petto ginocchio. Tutti a parte Giuliedda. Ti volevo sposare, Giuliedda. Ma ero normale, e sono finito in caserma, in Piemonte. Era il 1985. Il sergente era la sentinella dei rospi velenosi dello stagno. Mi puniva sempre e allora ho cominciato a fumare. Troppa la sua notte.  Nazionali senza filtro, bianche bianche. Ma non e’ per il tabacco che ho perso i denti, quelle sono state le scariche elettriche, dopo. Tempia petto ginocchio ginocchio. Petto. Da allora insieme al fumo mi entrano in bocca tutti i fiori ruvidi del deserto, soli soli. Con il sergente abbiamo fatto a pugni. Mi volevano spedire a casa, ma babbo e mamma dicevano che ero normale e che potevo fare ancora il militare. E allora per colpa del sergente gli ultimi mesi li ho fatti in infermeria. Senza diagnosi. In infermeria e basta. Sei mesi. Freddi freddi, zitti zitti. Il mondo e’ diviso in due categorie di persone, Tuco. Quelli che ricaricano e quelli che scavano. Ora tu scavi, Tuco.

Poi sono tornato in paese. Il posto piu’ bello del mondo. Tutti dovrebbero vivere in paese.

Il sabato si andava al Woodstock di Assemini a ballare The wall e cerco un centro di gravita’ permanente. Ma i miei preferiti erano i Deep Purple i Led e i Doors. Un omino complicato, quelli li’. Ma mi piacciono perche’ quando li ascolti sembra che la musica arrivi dal paradiso dei matti, lontano lontano. Tempia petto ginocchio , tempia. Poi un giorno i miei amici mi hanno messo non so cosa nel bicchiere. E quando babbo e mamma lo hanno scoperto mi hanno mandato dal mago, Gianpiero Gianpieri. Troppa la loro notte. La mia non è stata una vita squallida: anch’io ho avuto… Ma mi farebbe piacere sentirmi applaudire quando recito, come fate con Laurence Olivier quando recita Shakespeare: un cavallo, un cavallo. Il mio regno per un cavallo. Ma quello mi parlava di energie negative e diceva che mamma mi voleva bene e che una donna non dormiva la notte per avvelenarmi l’esistenza. Ero io a non dormire. Pensavo a Giuliedda tutte le notti. La vedevo in paese, la domenica, a messa. Gli occhietti piccoli piccoli, belli belli.

Quando arrivarono i carabinieri la cucina era sottosopra, quel giorno. Ma mio padre non aveva nulla. Tempia ginocchio. Ginocchio ginocchio. Forse solo un graffio. Anche volendo, vai ad ucciderlo mio babbo col coltello: basso basso, grosso grosso forte forte. Ma basta la firma di uno psichiatra. Era il primo che incontravo. OPG: ospedale psichiatrico giudiziario. Non ero piu normale. Lontano dalla Sardegna, come volevano babbo e mamma. Lontano lontano. In Sardegna non ci sono gli OPG. Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, l’uomo con la pistola e’ un uomo morto.

 Li ho girati tutti gli OPG del continente. Tutti uguali. Le pillole uguali tutte le pance uguali i cessi uguali i dottori uguali i giardi uguali le forchette di plastica uguali le risse uguali gli infermieri uguali. No, gli infermieri no. Gli infermieri non sono uguali. Ci sono i sicialiani. Sono venuti a svegliarmi in tre quella notte. Mi hanno detto che facevo schifo che puzzavo di tabacco e che dovevo fare una doccia. In bagno mi hanno infilato un tovagliolo in bocca. Due mi tenevano il busto le braccia e le gambe. L’altro mi ha stuprato per mezzora con il bastone di una scopa. Troppa la loro notte. Tu ti scopi a mia moglie? Perche’?Perche’?Perche’?Perche’?Perche’?Perche’?

Ho cominciato a pregare. A voce alta, anche se qualche volta Chiaredda si arrabbia. Prego per gli africani per i poveri per gli affamati per il dottor Picciau per le donne per i cinesi per Gesu’ e la Madonna per i cani per i bambini per i drogati per De Niro e Clint Eastwood per i soldati per i fiori per Chiaredda per Giuliedda e per i matti di tutto il mondo e non solo. Ma per i siciliani no. E neanche per babbo e per mamma.

Ma alla fine mi hanno dimesso. E sono tornato in paese. Il paese piu’ bello del mondo. Dove c’e Giuliedda. Tempia petto ginocchio. Anche se non so che fine abbia fatto. Le mani belle belle e anche i piedi buffi buffi anche se non li ho mai visti. E alla Casa Famiglia che ho incontrato Chiaredda. Chiaredda ha gli occhi limpidi limpidi. Me lo ha detto l’omino delle pagine gialle. A volte la chiamo Santa Caterina da Siena e lei ride e crede che sia matto. Io sono matto. E le voglio bene quando ride, a Chiaredda. Ha gli occhi limpidi limpidi.

Poi i politici hanno fatto qualche legge e io e Chiaredda siamo andati in una casa. Non eravamo piu’ trenta. Eravamo sei. Io non ero contento. Si, perche’ io sono il custode del cimitero dei fiori all’ultimo petalo. Io do loro degna sepoltura. E’ questo il mio lavoro. E’ per questo che sono andato via dal paese, tanti anni prima. Ma poi Chiaredda mi ha convinto. 

Abitare assistito, lo chiamano. Niente siciliani. Solo Chiaredda  e altri ragazzi. Tutti bravi a parte quello calvo. Quello e’ siciliano. Sono contento che sia andato via. Tempia tempia tempia ginocchio. La mattina riordino la stanza bevo il caffe’ e fumo le sigarette, le fumo forte forte e le spezzo e mi sporco e Chiaredda mi dice di fumare piano. Ascolto i Deep e vado a fare la spesa, da solo. Preciso preciso, con i soldi. Mi aiuta l’omino. I Bugster da una parte, i Roho dall’altra. Io nel mezzo.

Chiaredda e’ andata via. Ha trovato un altro lavoro. Mi ha portato in giardino, per dirmelo. Ero triste ma ho finto per non farglielo capire. Le ho detto: fai bene Chiaredda! Ma sei matta?! Non lo vedi dove siamo?!

La sera guardo un film, oppure lavoro l’argilla. Ho una collezione di posaceneri. Grandi grandi, puliti puliti. Poi vado a dormire. Dove vai?! A dormire. Quando devo sparare la sera prima vado a letto presto.

Ma prima prego per Chiaredda, e penso. Penso al mio paese. Il piu’ bel paese del mondo. E a Giuliedda. Avrei comprato una macchina. E una casa. E saremmo andati a messa la domenica, coi bambini. Giuliedda. Il broncio piccolo piccolo, gli occhi limpidi limpidi.”

“Dio salva i poeti e i folli”. Alda Merini. 

Che mi dici, Sancio?

 

 

25 aprile.4 novembre.Genova.liberazione.partigiani.Lettere.

Lettera a Ninetta.

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Biancavalle, 22 Aprile 1945.

 “Ninetta bella,

 non c’e borotalco nei sacchi di semenze su cui trascorrero’ la notte. Quello respira solo nelle lenzuola del tuo letto. Ancora ansima il ricordo delle notti furtive. E nemmno c’e il tuo carosello magico, la festa d’ombre sul soffitto. Altri con me in quella che era una stalla. Forse l’anima delle bestie accoppate dai nazisti ancor si muove fra i mattoni e la paglia. Oppure e’ il rantolo di Mandolini, bucato nel meriggio da una granata. Da qui vedo la mano posata sul ventre sobbalzargli nel fiato. Mi ha dato una lettera per la moglie Francesca, Mandolini. Io l’ho passata a D’Andrea, il siciliano. Sono tiepidi i semi che lascio scorrere nel palmo, mentre scrivo. Ho chiesto al capitano di lasciare aperti i finestroni. C’e una luna bella fuori. Ma io preferisco l’oro che cola sulle betulle. E’ la maniera meno dolorosa di ricordare il tuo viso, Ninettina mia.

 Biancavalle e’ libera. Ieri, al mattino, le staffette sono arrivate con  un messaggio dritto dritto dal comitato regionale del CLN. Gli alleati hanno sfondato la linea gotica ed i tedeschi sono in rotta. Al comandante Stella, il tipografo di Parma, si chiedeva di preparare la Brigata all’offensiva. Il comitato voleva esser sicuro che la ritirata lasciasse sul selciato il maggior numero di crucchi possibile. Cosi’ abbiam spedito tutte le staffette a recuperare le armi dai casolari. Abbiam giocato a scopa e bevuto caffe’ per tutta la notte. Al napoletano, Cirillo, quello zoppo, gli ho fregato due pacchetti di sigarette. Robaccia americana, comunque. E al mattino eravamo tutti li’, nascosti come birbanti dietro le finestre che accompagnano sui due lati la via nazionale. Poi gli autoblindo e le camionette e tutto il plotone tedesco che sfila mesto mesto, poco dopo l’alba. Un’alba come un incendio, ninetta. Un’alba come l’inferno.

 Ho pianto quando ho visto l’ultimo blidato sparire oltre la collina. Ho pianto per Mascarin, sempre pronto a coprire di sberleffi Stella. E per zio Antonio, il contadino che ci dava sottobanco il pane ed il formaggio, impiccato sul suo mandorlo preferito. Ho pianto pure per don Gigi, crivellato sulle panche per via di una lettera trovata in sacrestia.

Ho pianto per tutte le persone in festa Nina, che si s’increspano come un’onda di gioia quando le truppe nere abbandonano le nostre terre, villaggio dopo villaggio, cascina dopo cascina. Ho pianto perche’ tutte le liberta’ di questo mondo non valgono il tuo vestito a fiori, quello della comunione di Martinuccia. E non valgono nemmeno i tuoi denti bianchi ed i tuoi fianchi, verdi come le colline che hanno inghiottito i tedeschi.

Presto sara’ il turno di Genova. E presto ci rivedremo, amore mio. Avro’ la camicia bianca e le scarpe del diploma per il matrimonio, quelle lucide. Me lo ricordo che tuo padre ci tiene alle scarpe. Zia Rosa preparera’ i dolci napoletani e zio Gennaro si ubriachera’ ed andra’ a parlare con i polli, dopo pranzo. Possiamo vivere dai miei, i primi tempi. Poi dio volendo l’avvocato riaprira’ lo studio. E signora Franca vi richiamera’ in sartoria. Il primo maschio lo chiameremo Michelangelo. Sai, la promessa fatta a Cirillo. Deve esserci un po’ di luce, nel suo buio, adesso. Andremo alle Cinque Terre in vacanza e Michelangelo fara’ il bagno e noi lo guarderemo dalla riva. Ti comprero’ il piu’ bel cappello di tutta la Liguria, Ninetta.

 Come sta quel pazzarello di Briciola? Ancora scompiglia le rose di tua madre?E tuo fratello? Notizie dalla Svizzera?

 Sono freddi questi semi. Deve essere il cuore della luna che s’abbuia. Ma ho sulle labbra la vaniglia, il profumo che mettevi per le passeggiate al porto. Ricordi?

Saro’ presto da te, amore mio. Vengo a riprendermi quella mano d’adolescente.

Per sempre tuo,

Giovanni.”

Giovanni Riccio e’ morto quella notte, Sancio. La stessa granata di Mandolini gli ha annerito l’addome. E’ stato Cirillo, il napoletano zoppo, a visitare Nina, due mesi dopo. 

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11 Settembre 2011: una spy- story sarda.

Ignaro Governatore,

le cose ci capitano sotto gli occhi e sotto al culo. La storia ha mani materne. In un bisbiglio scioglie ansie, curiosita’, brame, fobie. E noi lo sappiamo pure che non c’e’da fidarsi. Ma stentiamo, sconfitti dal giorno. E, quando con i fusi delle dita e quel profumo di sapone sfiora le palpebre che combattono l’oblio, ci abbandoniamo al buio, un mare infinito, la nostra natura: il sogno, la pigrizia, la deriva. E’ qui che interviene Papa’. Dico mica nulla di nuovo, Sancio. Pensa al povero Dedalus. Chiudi gli occhi e te lo sbattono nel culo, insomma. La Storia ci stupra da millenni. Notte dopo notte. Molti non s’accorgono di nulla, e continuano a camminare a chiappe larghe per tutta la vita. Sono i piu’. Sono i piu’ sciagurati. Altri si svegliano durante la trasfusione notturna, soffocano le lacrime e fanno finta di dormire. Altri aspettano che papa’ arrivi. Poi si voltano di colpo col coltello in mano e gli occhi di fiera. Insani bambini.

Alcuni perdono il sonno, e vagano senza meta nella notte, lontano dai monumenti, dai lampioni, dai cafe’, dalla gente, dal tempo. Sono gl’insonni. Sono i saggi. Noi purtroppo abbiamo un sonno piuttosto regolare. Ma alle volte, alle volte Sancio, ci ritroviamo fra le strade che portano fuori citta’, quelle vaste, infinite, ad aprire i polmoni alla luna e la bile all’asfalto. Lumache urlanti scagazziamo il nostro siero in una traccia madreperlacea. E’ la memoria del nostro tentativo di fuga.

 Ma non so perche’ ti dico ste fregnacce. Ah, si. Oggi ti scrivo per raccontarti di un affare curioso. Una robetta mica grave. Niente Casablanca niente Humphrey Bogart. Cionondimeno, una robetta succosa. Apri le orecchie e smettila di fare il saccente. Che il culo rotto ce lo abbiamo tutti, ma molti non largo abbastanza da liberarsi del dolore.

 Che e’ cominciato tutto quando il prof. Tuzi Kobraini ha prenotato una stanzuccia in un alberghetto sulla costa nord-orientale della Sardegna. Iraniano, lui. Iraniana pure la mogliettina, Bisha, e l’assistente, Kabir. Insoma sto terzetto prenota due stanze che c’e’ un convegno sulle energie da quelle parti e l’Iran qualcosa da dire ce l’ha, che tutto il mondo si snerva per sta storia delle centrali nucleari. Gli yankees mica gli hanno mai perdonato l’affare dello Scia’. Fino al ’79 culo e camicia poi la rivoluzione poi la guerra con l’Iraq e loro, i cowboys ci davano pure il gas nervino al baffone, insieme ai crucchi, poi l’isolamento, poi una e due guerre in Iraq, che anche Saddam era amico ma poi no, e’ diventato una carta da poker. Fanno e disfano, questi contadini arricchiti. Ed il mondo s’e rotto gli zebedei. Io ci ho parlato cogl’arabi, Sancio, sciiti o sunniti che siano. Ne hanno piene le tasche. Basta pensare alla Palestina. Che tre mesi fa Obama ciarlava dei confini del ’67 ed ora minaccia Abbas di levargli quei pochi piccioli se presenta le carte per il riconoscimento dello stato di Palestina all’ONU. Le cose gli vanno a puttane a casa e Nathanyau ci ha parlato, con le lobbies di Sion newyorkesi. Ma questa e’ un’altra storia.

 Insomma, il prof. Kobraini ha prenotato una stanza che e’ un professoruccio dell’Universita’ di Teheran e ci interessano gli idrocarburi. Il punto e’ che il giorno dopo la prenotazione via mail il proprietario dell’alberghetto riceve una telefonata dalla signora Beatrice Sesterzi, questore del ministero degli interni. Ed il giorno successivo si presenta nel giardino de “Is Bomboneras”, l’alberghetto, vestita d’arancio col cappello e la borsa di paglia. Un donnone mica male, un po’ di acne mai risolto sugli zigomi ma tutto sommato una bella topona. Una turista in cerca di bagnini, a non conoscerla.

 “Signor Malimbrogli, sono qui per chiedere la sua collaborazione. Fra tre giorni sara’ l’11 settembre. Lei sa cosa significa”.

 “Come no. Come le dicevo, avra’ tutto il supporto di cui sono capace”.

 “Lo stato italiano deve preservare la propria sicurezza. Abbiamo la necessita’ di capire quali sono i legami diplomatici ed accademici del prof. Kobroini. L’Italia ha bisogno di tenere gli occhi aperti. Sono tempi un po’ strani. Ognuno deve fare la sua parte. Spero le faccia la sua”.

 “Ehm..certo, si. Mi faccia sapere cosa. Le ho gia’ detto dottoressa. Non ci sono problemi”.

 “Nei prossimi giorni incontrera’ due miei colleghi. Faccia tutto quel che le chiedono. Per favore. Le saremo molto grati. Questo e’ il mio biglietto da visita. Se ha un problema, di qualsiasi genere, in futuro, mi faccia uno squillo”.

 E poi, il 9 settembre, il terzetto e’ arrivato, nella tarda mattinata. Kobraini, sessantenne, con il suo riporto e le sue ascelle incrostate di yogur rancido. La mogliettina col suo velo ed il suo inglese stentato. L’assistente col suo ancillare silenzio. I coniugi nella stanza undici, l’assistente nella dieci. Non si fanno vedere per tutto il giorno. Di sera scendono verso il risorante dell’albergo solo per chiedere delle coche diet. Mangiano di sopra, nonostante il divieto del proprietario. Kobraini ha degli occhi vacui, distratti. Ma a momenti s’accendono, davanti al televisore al plasma, per esempio. E le palle degli occhi s’inchiostrano, inchiodando le notizie del telegiornale della sera. O forse solo la tecnologia del 42 pollici. La mattina successiva, alle 8.15, si fa traghettare al convegno insieme all’assistente. La moglie rimane in camera per tutto il giorno.

 La sera vengono convinti a sperimentare la pizza. Una vegetariana per i coniugi ed una “Is Bomboneras” per l’assistente. Cozze, vongole, tonno e bottarga. Naturalmente il proprietario non si premura di informarli sull’ingrediente che rende quella de “Is Bomboneras” la migliore pizza della zona: una sana scucchiaiata di strutto nell’impasto.

In segno reverenziale l’assistente ritaglia uno spicchio per il maestro.

Kobraini ama camminare, s’informa sulla geografia del litorale circostante, si fa accompagnare nella spiaggia piu’ vicina, dopo cena. Rimane a contemplare il mare, sigaretta fra le dita, per oltre un’ora, mentre l’albergatore imbufalito lo attende in macchina, tenuto sveglio da tuttoilcalciominutoperminuto. Il Cagliari batte la Roma a Roma. Non troppo lontano le lingue di fuoco delle raffinerie si allungano nel silenzio della notte settembrina.

 Il giorno seguente stessa roba. Sveglia presto, accademici al convegno, moglie in camera.

E’ il dieci settembre. Arrivano Starsky ed Hutch, i colleghi della signora Sesterzi. Ubaldo e Giancarlo. Birri d’accento pariolino stanno imbaglioniti, cioe’ non s’arendono ar tempo. Ciuffo rossastro Ubardo, capa pelata e pizzetto Gianca’. Camicia di lino per l’uno, grassoccio, e maglia nera aderente pell’artro, che sta mmesso bbene.

 “Li mortacci loro ma dimme te avevo gia’ fatto le valiggie pe la Calabbria e mo’ sto qua. Pe sto morto de fame. Comunque non ce mettiamo tanto. Aspettiamo il momento bono”, fa Ubardi’.

 E’ mezzogiorno e i birri siedono con Malimbrogli, nel salotto in vimini del giardino.

 “Apprezziamo il suo aiuto, Malimbrogli- interviene Gianca’.

“Sta gente e’ pericolosa. Sembrano boni e cari. Ma non te poi fidare. E poi sono sporchi e pieni de fregnacce. Mi dica lei che se convincono che se muoiono nel martirio vanno in paradiso e trovano 70 vergini da scopa’. E poi ti fanno ste cazzate come a New York e Londra. E il Ramadam. Ubba’?! Ma cce pensi? Un mese senza bagna’r’ biscotto”.

 “Mai Gianca’, me faccio esplode piuttosto…”.

 Se la ridono Starsky ed Hutch. Malimbrogli li guarda divertito, collaborativo. E’ un uomo d’affari, lui. E manco i birri so’ stupidi e ‘gnoranti. Si recita con complicita’. Relazioni internazionali, accordi diplomatici, servizi segreti, birri, scienziati ed imprenditori: una bella burattinata cosmica, un’occhio ai fili ed uno alla baracca.

Arrivano due molossi lattigginosi, occhiali a specchio lui e lei. Malimbrogli si solleva per precederli al desco dell’accettazione. Mr. and Mrs. William Douglas. Michigan. Fuckin’A. Ubaldino e Giancarlo so’ tutti un fremito.

 “Malimbrogli anche i nome dei ‘mericani di Kansas City, graazzie.

Ce mancano pure questi, adesso. Ma lei ci pensa, Malimbrogli, che per ogni persona seguita dal ministero vengono impiegate 10 persone? E spesso sai che? So tutti dei poracci peggio de noi”.

 “Ma signori, chiedo scusa, un’osservazione. Ma perche’ piuttosto che fare tutte questi casini da telefilm non avete prenotato una camera? La dodici, quella attigua a Kobraini e’ libera, per esempio”. Ormai sono amici, i tre.

 Starsky ed Hutch si guardano. E’ Ubaldino a parlare:

 “Malimbro’, ma che pensi che so stupidi ar ministero? Se cce mannano qua o sanno che ce ne annamo ar mare….”.Ridono. Ancora una volta fanno i burini. Ma mica hanno risposto a Malimbrogli. Dieci persone per Kobraini, Sancio. Un regalino per il popolo, in tempi di recessione economica.

 “Ce vediamo domani Malinbro’ che e’ er giorno bbono”.

 E hanno ragione. Undici settembre. Questa volta saltano tutti e tre sulla macchina. Hanno voluto un taxi. Sono le nove. Starsky ed Hutch erano gia’ li’, per colazione. Dopo due minuti arrivano altri due birri. La scientifica. Dopo mezz’ora arrivana una chiamata. I tre sono al convegno.

 “Malinbro’- fa Giancarlo- accompagna i colleghi sopra, per piacere. Noi stiamo qua”.

 Malinbrogli spalanca la porta della numero 11, i birri che scalpitano dietro: uno scempio di abiti sparsi ovunque, profumi e batterie di make-up all’intorno manco sputati da una mitragliatrice automatica. Un grande lenzuolo verde smeraldo davanti al letto. Le preghiere. Filtri sgocciolanti di te’ ovunque, granelli di zucchero sul canterano, lattine di coca, cicche, scartoffie, cartelle, brochures. Lo scalda acqua….per riuscire a connettersi alla presa il prof ha dovuto fare una modifica…sdruciti i fili dalla spina li ha attorcigliati attorno due fiammiferi, bypassando le gomme che proteggono i marmocchi dalle scosse, con innesto contemporaneao…

 “Porca Mad…..”, esclama Malimbrogli.

“Sti cazzo di beduini vogliono mandarmi a puttane il locale! Brutti stronzi! Quando tornano gli faccio un culo cosi’…maledetti barbari….”

 “Mi spiace direttore, ma preferiremmo che la stanza non venisse riordinata oggi…dobbiamo fare dell prove di reazione chimica e sarebbe meglio che gli oggetti rimanessero cosi’ come li lasciamo. Sono sicuro che avra’ altre occasioni per far notare ai suoi clienti il pericolo di questi…ponti elettrici…. Ora la preghiamo di scusarci. Non abbiamo tanto tempo a disposizione”.

 L’altro birro nel frattempo si e’ gia’ avventato sul computer portatile. Malimbrogli esce, dopo aver lasciato loro le chiavi della camera dell’allievo.

 Starsky ed Hutch sono di sotto, che rispondono al cellulare ogni 5 minuti. Si allontanano sempre, per ciarlare. Uno per ogni angolo dell’edificio stanno in piedi cosi’, tesi, gajardi, sorridenti, per tre ore e mezzo.  

 “Malinbro’, grazie de tutto allora- dice Ubaldo.

“Se c’hai quarche problema facce uno squillo. E di ar fijo de Brunetto Conti d’annassene a fanculo, che se vedemo al’ Olimpico”. Se ne vanno i birri, sulla loro Opel bianca.

 Tre pizze “Is Bomboneras” per il prof., la moglie e l’allievo, a cena. Strutto abbondante.

 “Grazie di tutto Mr. Malaibretti”, sorride Kobraini all’aeroporto.

 “Siamo stati benissimo. Amo la vostra terra. Mi ricorda tanto l’Iran. Dovrebbe venire a visitarlo, un giorno. Si stupirebbe di quanto le nostre culture siano simili. Mi faccia sapere se decide di venire a Teheran, con la sua signora”.

 Malimbrogli stringe la mano sudaticcia dell’allievo. Realizza di non averne mai sentito la voce. Poi si volta verso la signora. Allunga la mano.

 “No! No! No! Please! Please! Lei e’ pazzo! ”- urla Kobraini.

 La signora si ritrae terrorizzata. Kobraini ha gli occhi spalancati di furore. Malaimbrogli non sa mica che fare. Sta li come un baccala’.

 “Nella nostra cultura e’ vietato! Vietatissimo!Arriverderci! Arrivederci!”.

 Il professore inforca i bagagli e trascina i due, verso il check-in, senza voltarsi.

 “Si fotta - pensa Malaimbrogli. “Io per non sbagliare non gli ho mica detto dello strutto. E poi le camere facevano 400, non 550. Si fottano, lui, i birri e i servizi segreti e gli arabi e le guerre. Meglio i gringos della 5. Non mi fracassano le palle e mi lasciano pure la mancia. Mica come sti pezzenti qui, italiani o arabi che siano”.

 Abbiam truccato solo i nomi, Sancio.