Lettere a Sancio Panza

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La panchina, una primavera da verificare. Lettera da Piazza S. Sepolcro.

Non te la prendere, Sancio,

 che in questa folla ho cercato le biglie nere dei tuoi occhi come si fa con la memoria, nei cassetti gonfi di scartoffie inutili. Nelle grandi citta’ i passanti si osservano come in un acquario. Si paga per assistere allo spettacolo delle varieta’ in fuga. Ma qui memoria e desiderio giocano brutti scherzi, e dietro ogni angolo sgarrupato si nascondono i nemici, l’invidia, la fama, il compagno di banco con la forfora, il professore di tesi alcolizzato, le troike di balentes che mentono nelle lacoste, l’avvocato coi pantalono bianchi ch’e’ gia’ estate, la moglie ossessionata dal culo piatto, la tipa che non te l’ha mai data per via dell’apparecchio. L’amore. L’amore fruscia fra la folla col coltello tra i denti.

E’ la truce, tediosa, confortante circolarita’ dell’alveare.

Sentivo che sarebbe stato l’ultimo giorno d’estate. Ho naso per ste robe. C’e silenzio intorno. La gente sa che domani arrivera’ il vento a riempirci le gole di sabbia.

 Io mi appiccio una cicca, in piazza S. Sepolcro, mentre il Marina caffe’ noir si riempie per l’ultima volta di fricchettoni e l’ambra dei lampioni oscilla sfocando il passo di quel cagnaccio la’. Mi pare una volpe. E’ tempo d’infilare il naso fra i rifiuti della festa.

Ma poi arriva lei, mi si siede accanto e sbuffa:

 “Che stanca, wow….”.

 “Una roba impegnativa, la cultura”.

 “Gia’. Sono sfinita. Mi chiamo Chiara. Ho visto i tuoi occhi di turco, prima, fra la folla. Tagliuzzavano tutte le cose in vista.”

 “Salamalecummete. Non temere. Sono un saladino gentile.”

 “ Sei di queste parti?”

 “Mmmm, direi di si. In realta’ sono appena tornato. Sono stato fuori per quattro anni”.

 “Ah si?! Dove?”

 “Istanbul. Facevo la spia per il Mossad. Infiltrato in un bagno turco d’alto profilo. Mi ha fottuto l’accento. Colpa della mia esse sibilante.”

 Ride e mi stampa le pupille sugli zigomi.

 “In realta’ vengo da Londra. Facevo il cameriere. Ma immagino di aver servito qualche spia, ad un certo punto. Ogni lavoro puo’ essere glorioso, con un po’ di fantasia.”

 “Immagino di si. Io lavoro in un call center. Ma l’immaginazione non m’aiuta”.

 “Infatti. Ecco perche’ sono tornato. Ho spremuto la fantasia come un limone, ma mi ritrovavo fra le mani sempre gli stessi spaghetti alle polpette. Mai un accidente di documento segreto. E poi Putin i dissidenti ormai li accoppa con le sostanze radioattive. Niente sparatorie. Una noia mortale”.

 “Capisco. Stessa roba per me. Ho studiato filosofia. Tesi sulla poesia di Vico. Ma non sono i corsi e ricorsi a servire. E’ il call center a rendermi libera…”

 “E la volonta’ di potenza dove la metti?!  E’ una bufala. Son d’accordo. E poi quel coprofago viveva in un ostello con le zitellacce. Vatti a fidare”.   

 Un grappolo di zeccucce sghignazza, a pochi passi dalla panchina. Un tipo s’e’ mostrato nudo da uno dei balconi che si affacciano su piazza Dettori. Mutandone di pelle e posa mussoliniana. Protestava contro gli schiamazzi. La facciata antistante la chiesa e’ ricoperta da lenzuola che invitano al silenzio la ciurma. “ Preghiamo gli avventori di rispettare i residenti. I bambini non dormono”, sfoggia con rabbia un grugno pakistano.

“Avventori”…il multiculturalismo dovrebbe sempre partire dai palazzi. Metterlo per strada e’ un esperimento rischioso.

 “Hai trovato Cagliari cambiata?”

 “Si. E spero che il pivello al comune provveda a fornire i barbogi del centro con doppie finestre e condizionatori di Stato. Cagliari mi sembra rifiorita, in questi ultimi anni”.

 “Parli di Zedda?!”.

 “Quello con la riga da una parte ed il muso da pubblicita’ per il Master and Back. Lui no?!

 “Non seguivo la politica nazionale da Londra. Tantomeno quella sarda. Ma la sua passione per il mojito ha fatto notizia. Credo sia un’epifania dei tempi. Gli elettori hanno bisogno di immagini. Negli States hanno scelto le orecchie a ventola, il junk food e le leve smolleggiate di Obama. Ci si immedesimano. Ora stanno arrivando i repubblicani. SETTANTAQUATTRO denti sbiancheggianti e fucili nascosti sotto le sottane. Il pivello ha stile. Si batteva per quelli che altri chiamavano “pastorelli”, gli universitari pendolari di 10 anni fa’. Ora sono medici ingegneri ed avvocati. E muovono voti. E poi se beve il mojito magari gli piace Hemingway. Ha stile, il pivello. Se non ce l’ha fa lo stesso. Come per il lavoro. Basta crederci”.

 Chiara intreccia le unghie ben curate in artiglietti gentili. E’ curiosa la stasi dell’iride.E’ bella. Faccio l’uomo di mondo, insomma.

 “Sono d’accordo. Fantola faceva il gradasso e s’e’ buscato ventimila voti tutti nel didietro. Io vengo da Iglesias. Ma amo Cagliari. Quando ho dei dubbi attraverso i cunicoli di Castello e mi affaccio nelle piccole terrazze panoramiche. Guardo Cagliari come una donna nuda, distesa. Mi fermo sulle braccia, le dita, la pancia, gli occhi del mare e le mani invisibili sul sesso. Torno a casa che ho sempre voglia di rinnovare il contratto d’affitto. Zedda e’ una speranza”.

“ Potrebbe essere un fenomeno importante. Voglio dire…internet, ste compagnie di bus con le ali che ci sballottano per l’Europa, schiacciati come sardine. I Master and Back, seppur impigliati nelle burocrazie dei vegliardi panciuti. Siamo usciti e ritornati. E guardiamo casa nostra con gli unici occhi che la possono salvare dall’abbandono, quelli del turista innamorato. Non ho seguito le minute. Ma mi pare primavera. La primavera di Cagliari. Come quelle arabe. Non siamo tanto distanti. Abbiamo un pappone al governo pure noi, e palmizi, e terre bruciate e uomini monogami senza troppa convinzione. Donne che scandiscono il tempo con pranzi e cene e puliscono il culo ai bambini fino ai quarantanni. Vecchi che parlano col tempo sugli scranni, mentre l’estate passa sotto forma di targhe straniere e di brezza, per la strada principale. Ci manca il petrolio. Forse e’ una primavera. Una primavera da verificare”.

 “Ma non e’ che tu scrivi poesie?”

 “No no. Ho smesso quand’ero giovane. Robaccia. Poi ho scoperto che mi piaceva piu’ trovare le parole nelle cose, piuttosto che il contrario. Presente i baci perugina? Ecco, le stronzate che penso sono dentro la cioccolata, mica l’avvolgono”.

 “Ora…vecchio….quanti anni hai, turco?!”

 “30. Compiuti oggi. A proposito…qualcosa scrivo. Ho un blog. Si chiama Lettere a Sancio Panza. Magari gli vuoi dare uno sguardo”.

 “Lettere a Sancio Panza….quindi il Chisciotte scrive…ma…Sancio non dovrebbe accompagnarlo?…”

 “ La vita e’ imperfetta. I libri ti regalano il biglietto d’andata senza dirti che quello di ritorno non esiste. Allora si scrive. Un circolo vizioso. Una fregatura. Sancio s’incazza e torna sui campi. Tu ti ritrovi a smoribondare sul letto, pentendoti di tutto. Eppure Cervantes lo dice. Colpa nostra, da cima a fondo. Anche questa una Primavera. Una primavera da verificare. Magari l’azzardo paga . Magari no”.

 Rimaniamo a frugarci negli occhi a lungo.

 “Turco, ti lascio. Daro’ uno sguardo al tuo blog. Tu tieniti quel sorriso, nel frattempo. Gli occhi tagliano e il sorriso rammenda”.

 “Sono solo una vecchia baldracca”.

 “Le baldracche fanno affari nella bella stagione. Ciao Turco, stai bene”.

 “In realta’ pensavo di trovarmi un avvocato e sposarmelo e dargli dei mostriciattoli e sfilargli la casa al mare”.

 “Non sarebbe primavera, Turco”.

 “Hai ragione pupa. Ci si vede”.

 S’e’ sollevato il vento, poi, Sancio. Ha strappato lenzuola dai fili e l’estate dalla pelle.

E’ arrivato carico di sabbia e ha riempito le gole, come promesso. Dicono sia venuta la pioggia. Ma io, come i randagi, avevo gia’ trovato una soglia, ed un balcone. Delle biglie nere dei tuoi occhi manco l’ombra, Governatore. 

 

9-11-2001.Djokovic.Federer.Nadal.New York.Rod Laver.Tennis.US open.lett.lettere.

Il Tennis? Non una questione di classe, ma di incubi notturni. Djokovic e’ il nuovo cannibale.

Pavido Sancio di dritto malcerto,

Soltanto un anno fa’ Novak Djokovic alzava incredulo le braccia al cielo, domandando agli spalti ed alle divinita’ del tennis presenti a Flushing Meadows quale miracolo dovesse ancora produrre per esorcizzare il demone spagnolo di Rafel Nadal. Soltanto un anno fa’ il maiorchino, con la vittoria a New York, completava a 25 anni il filotto dei Grand Slams, sfidando, con i suoi 10 titoli, una storia che sembrava aver trovato il suo padrone definitivo in Roger Federer, a sua volta imberbe regicida di Pete Sampras.

 La ventosa finale di ieri ha ufficialmente decretato l’inizio di una nuova epoca. Non quella classica ed elegante di Federer, fatta di incontrastato dominio, ne’ quella di Rafel Nadal, barbaro generoso nato per l’assedio e lo sfinimento, ma quella di Djokovic, esuberante fascio di nervi attraversati da un adolescenziale e prolifico delirio di onnipotenza. Si, perche’ non la tecnica o lo stile hanno determinato quest’alternarsi al potere, ma elementi ben piu’ ancestrali quali la paura, nel caso di chi perde, e la folle certezza nei propri mezzi (il coraggio) nel caso dei delfini giunti al trono.

 Nei primi due set lo schema e’ stato identico. Nadal si e’ portato due game sopra, dimenticando di aver perso contro Djokovic cinque finali quest’anno, finali che si sono svolte su tutte le superfici del circuito: dal veloce alla terra rossa di Madrid all’erba di Wimbledon. Solo una sciagurata semifinale a Parigi impedisce oggi a Djokovic d’essere, dopo Rod Laver nel 1969, l’ultimo tennista in grado di vincere tutti i quattro majors in una stagione. Andato sotto 0-2 Djokovic ha poi vinto 6 game di fila, abbandonando Nadal ad affrontare l’incubo della propria invincibilita’. Identico il secondo set, dove Djokovic ha concesso appena due game in piu’. Il servizio e’ stato il primo elemento discriminante.

Sicuro e vario quello di Djokovic, lento e monotono quello di Nadal, che si concedeva alle furiose risposte del serbo. Una corrida fatta di lunghi ed estenuanti scambi, nei quali Djokovic infilava piccadilla su piccadilla sul rovescio stramato del furente torello spagnolo. Mai abbiamo visto Nadal cosi’ rabbiosamente abbandonato alla sua impotenza. Il numero dei challenge falliti richiesti a Ramos, giudice di sedia, ne e’ forse la prova piu’ triste e lampante.

 Il terzo set e’ stato, a nostra memoria, una delle ore piu’ intense del tennis moderno. Nel corso degli 84 minuti i due, all’apice dell’intensita’ agonistica, si sono dati battaglia nella conservazione del servizio, durata fino al 5-5. Nell’undicesimo game Nadal sfodera il suo secondo ace. Ma e’ tutto li’. Djokovic gli sfila il servizio grazie a prodigiosi recuperi difensivi. 6-2 6-4 6-5: la gloria e’ dietro l’angolo. Ma Nadal ritrova il genio nella sofferenza ed ottiene il contro break, con la sua paziente e precisa ragnatela di dritti in top spin, che strapazzano Djokovic ed il suo fianco sinistro, allungato nell’ennesimo tentativo di recupero.  6-6, si va al tie-break. Lo spagnolo sente il sangue ed ha ragione. Si scrolla le fobie di dosso ed e’ di nuovo il vecchio cannibale. 7-3 e si va al quarto. Nadal cammina impettito verso la sedia, fresco come una margherita, con il suo passo da guappo soltero. Djokovic si regge il fianco, ed un filo di paura e di sconcerto attraversa gli occhi malandrini. Il serbo chiede il time-out medico, mentre Nadal trotta impaziente in attesa di cominciare il set che deve trascinarlo fuori dai pantani della paura.

Il nemico e’ stanco, ferito. Dubita per la prima volta. I 24 mila del centrale, per tutto l’incontro chiassosi e politicamente scorretti (naturalmente a favore di Nadal, detentore del titolo), hanno il nostro stesso presentimento. Sara’ una finale in 5 set che vedra’ Nadal spuntarla nel crudele carosello della resistenza.

 Per la prima volta il set si apre con Djokovic alla battuta. Il serbo prende ad evitare gli strappi della prima di servizio, giocando invece su una varieta’ consegnata a mai piu’ di 150 km/h. Ma Nadal e’ incapace di profittarne, e viene sorpreso dalla fragile intelligenza di Djokovic, che piazzato il servizio colpisce con delirio la palla. Sa perfettamente che i lunghi scambi lo condannerebbero alla sconfitta. E’ un rischio che paga: finisce tutto dentro. Vince il proprio turno di battuta ed il successivo di Nadal. Si va sul 3 a 0, con l’astuto servizio di Djokovic che carezza un frastornato Nadal, capace solo di tenere il servizio nel 4 game. Sara’ l’ultimo. La paura gli si appiccica alla pelle come la maglietta fradicia. Si tocca il bicicipite femorale destro, i fantasmi della sua poderosa, cagionevole macchina muscolare. Entra negli scambi senza convinzione. La preda era la’, azzoppata. Ma questa sua resilienza, questo suo incredibile azzardo da pokerista consumato fanno il miracolo. Il mostro dell’invincibilita’ e’ di nuovo li’, fra loro due, ad atterrire Nadal ed esaltare Djokovic, che con una gomma bucata raggiunge, dopo oltre 4 ore, il traguardo: 6-2 6-4 6-7 6-1.

 Djokovic e’ il nuovo cannibale, l’unico tennista che domina le folle schiamazzanti ed avverse (affatto rattristate dalla scritta 9/11/2001, affrescata sul campo), gli errori arbitrali, gli avversari testardi ed i confini di ossa e muscoli. E’ una solitudine estatica, un deserto vittorioso dove gli sfidanti sono miraggi senza volto. Ha sconfitto il piu’ terribile dei nemici: se stesso.

Dante.Eliot.Il male di vivere.Montale.Ossi di seppia.Poesia.Ungaretti.lettere.

“Le sole vere pupille, sebbene offuscate, erano le tue…”. Lettera per Montale.

Scaltro Sancio Lettore di Versi…

 “…Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perchè con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perchè sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue…”

…abbiamo letto un milione di volte, dandoci il braccio, almeno un milione di scale. Ed abbiamo pensato al Poeta ed alla Mosca, divisi dal buio e riuniti nei versi. Sentissero i poeti cio’ che rimane nel cuore se ne andrebbero meno soli. Che Montale se l’e’ filata 30 anni fa’, lasciandoci con un palmo di naso. Sei giorni prima che il caso ci gettasse nella luce. E ancora strizzo gli occhi, al mattino, Sancio.  Mi perdonerai, ma da tanto tempo ho perso il gusto per le sintassi e le bibliografie e il decoro e lo stile e tutte ste altre corbellerie di chi scrive con ragione perche’ con la ragione legge la poesia, e la vita. Ci vuole studio, per carita’, e pure lui lo diceva, che per capirLa bisogna conoscerne la storia. Ma poi c’e’ il cuore e c’e’ il sangue che bagna i versi. E senza aprirti alle vene capisci, si, ma non senti mica un accidente. Sei un impiegato della bellezza.

Lui era un po’ schivo, un ragazzotto che trotterellava mesto per le Cinque Terre. Aveva studiato ragioneria, che il babbo aveva un’impresa di nonsocosa e ci voleva infilare pure lui, nelle scartoffie di famiglia. La sorella no, lei studiava Filosofia. Nei primi anni del secolo scorso i maschi erano anelli impomatati nella trasmissione del nome nel tempo. Per questo e’ diventato il poeta col ciuffo. Ora ognuno fa quel che gli pare. E sta liberta’ sta uccidendo i poeti, Sancio. Lui l’aveva capito. Nel discorso per il premio Nobel del 1975 se lo era chiesto se la poesia aveva ancora senso. Ungaretti non l’ha mai mica digerito quel premio Nobel la’, comunque.

Fu la sorella a passargli Nietzsche e Bergson ed i poeti francesi. E lui in quelle camminate pensava alle parole al Mediterraneo ed a questo sconforto che mica sapeva cos’era. Pero’ l’ha scritto questo dubbio. E l’ha scritto avvolgendo le cose con le parole, come gli oggetti nei giornali quando si cambia casa. Ste parole che vogliono diventare Reale per disperazione. Ste parole che sussurrano la musica resinosa del vuoto nelle cose.  Sai, lui voleva fare il tenore. Studiava, pure.  Credo non abbia risolto affatto il suo problema.”La realta’ non esiste”, scrisse poi. E nemmeno e’ diventato tenore. Canticchiava le arie di Verdi negli androni del Corriere della Sera, racconta Montanelli, suo compagno di stanza in via Solferino. Due scrocconi di sigarette, l’uno e l’altro.  Ne’ umano ne’ tenore, insomma. Ma scrisse “Ossi di seppia”, nel 1925, e ancora ci portiamo sul groppone quei versi, nonostante il male di vivere non esista piu’, almeno in queste regioni del globo. Non ando’ affatto d’accordo col fascismo Sancio. Anzi, ci perse pure il lavoro di bibliotecario. Mica come il pittore cui viene paragonato, De Chirico, che andava a spiagnucolare al ministero delle Belle Arti, insieme a tanti altri. Era sempre quel ragazzotto che passeggiava in solitudine per le Cinque Terre, anche se gia’ ci credeva meno, nelle parole:

Questo che a notte balugina

 nella calotta del mio pensiero,

traccia madreperlacea di lumaca

o smeriglio di vetro calpestato,

non è lume di chiesa o d’officina

che alimenti

chierico rosso, o nero.

Solo quest’iride posso

lasciarti a testimonianza

d’una fede che fu combattuta,

d’una speranza che bruciò più lenta

di un duro ceppo nel focolare.

Conservane la cipria nello specchietto

quando spenta ogni lampada

la sardana si farà infernale

e un ombroso lucifero scenderà su una prora

del Tamigi, del Hudson, della Senna

scuotendo l’ali di bitume semi-

mozze dalla fatica, a dirti: è l’ora.

Non è un’eredità, un portafortuna

Che può reggere all’urto dei monsoni

Sul fil di ragno della memoria,

ma una storia non dura che nella cenere

e persistenza è solo l’estinzione.

Giusto era il segno: chi l’ha ravvisato

non può fallire nel ritrovarti.

Ognuno riconosce i suoi: l’orgoglio

Non era fuga, l’umiltà non era

vile, il tenue bagliore strofinato

laggiù non era quello di un fiammifero.

 A lui piaceva Dante, Sancio, mica Petrarca. I professori lo chiamano “Multilinguismo”. Significa che se ne fotteva, Montale, dei poeti laureati. Gli piacevano piu’ le cose delle parole, e dopo le sinestesie e gli oggettivi correlativi, sta stronzata che ancora ci propinano nei libri di testo, scelse le linee dure degli significati ed il colore limpido dei segni. Voleva dire, non ciarlare. Come Eliot, che ammirava e traduceva. Ando’ a sentirlo declamare i “Quattro Quartetti” a Roma (“In my beginning is my end…”). Gli parve la nuova via di scrivere, la conoscenza che stilla in versi apparentemente sciolti, legati da uno sottilissimo filo di sensi ed immagini. Le parole dense di un nonno davanti al camino per un’umanita’ sorda. Senza arzigogoli. Della vita si deve parlare con semplicita’. Ed i vecchi ed i saggi ed i pazzi parlano come i bambini. Mai notato, Sancio?

 Smise di scrivere per 10 anni. Riprese con le parole di un pargolo e il sapere di un uomo che conosce il vuoto come le proprie tasche, quando il suo insettuccio, Drusilla, lo abbandono’. Si parla sempre e solo d’amore, quando tutto il resto viene spazzato via. Ma gli uomini impiegano una vita a fare piazza pulita. Dormono assieme a Firenze.

“Dicono che la mia sia una poesia di inappartenenza

  ma s’era tua era di qualcuno…” 

Faceva cosi’, si o no, Governatore?!

 

Brad Pitt.Kubrick.L'albero della vita.La sottile linea rossa.Terrence Malick.lettere.

La natura si fa regia, la regia religione. “L’ albero della vita”, l’ultimo film di Terrence Malick.

 

Egregio Sancio Incisore Di Piagge Metafisiche,

 le due ragazzotte bubboniche che mi precedono attaccano la bigliettaia con piglio risoluto:

 “Due biglietti per la Famiglia albero.”

Dietro il vetro la ragazza risponde, senz’emozione: “Vuoi dire l’Albero della vita.”

“Si, si, quello. A che ora finisce? Bene. C’e ancora il treno.”

La pubblicita’, ho pensato, e’ per sua natura distorsiva.

 Ho fatto orario nel piazzale antistante la sala. Due bimbette danzavano nel sole morente, una colata di miele posatasi obliqua sul vasto arco che annuncia lo spazio di rifiorescenza metropolitana. Un elemento di architettura postmoderna che s’arrugginisce dopo pochi inverni, quasi che la periferia gli trasmetta l’infiammazione del decadimento.  Ma le marmocchie erano a loro agio. Si divertivano a piegarsi nella concavita’ dell’arco,  piccole lucertole attirate dal calore e dai misteri della geometria. Papa’ e mamma cullavano il terzo infante, inchiavardato in un passeggino. Le ultime luci del crepuscolo graziavano anche il ghiaccio del loro sidro on the rocks.

 Anche loro, le bruttarelle di quartiere e la famiglia d’immigrati caraibici, sono luminosi caratteri nella bibbia biologica di Terrence Malick, tremule foglie sbocciate in qualche ramo lontano dell’infinito “Albero della vita.”

 Certo la mandibola Actor studio di Brad Pitt e la venerea delicatezza di Jessica Chastain veicolano meglio il messaggio. Ma questa e’ una debolezza cui Malick, baccalaureato in filosofia  ad Oxford ed Harvard, non ha mai saputo rinunciare. In “Badlands” l’eroe anarchico era un giovane Martin Sheen (“Ma sai che somigli a James Dean, ragazzo?!”). In “Days of Heaven” Richard Geere, che con grande sorpresa dimostro’ perfino di saper recitare. Nella “Sottile linea Rossa” i bei grugni si sprecano: Cavaziel, Travolta, Penn, Cloney e molti altri. I significati cinematografici del misantropo americano s’incarnano sempre nelle fattezze di esseri umani benedetti dal dono della bellezza. Cosi’ come le azioni si svolgono sempre nella terra e nel tempo dell’innocenza, quando l’America ancora non si presentava al mondo come un’affilata, tecnocratica potenza spalmata sul pianeta. E’ il tempo dei sudori texani di un adolescente Malick, e’ il tempo delle “Foglie d’ Erba” di Whitman non ancora tosate dalle responsabilita’ globali dell’impero democratico.

 Il tempo del racconto cinematografico si sposta “naturalmente” fra passato e presente, mosso dalle sinestesie di un tribolato Sean Penn, architetto ipocondriaco imprigionato nei vetri e nell’avidita’ sociale del tempo presente. Incastonati nel suo flusso di coscienza la tragedia parentale della morte in combattimento di suo fratello minore, il capitolo paleontologico che va dalla nascita del cosmo all’estinzione dei dinosauri, passando per l’agglutinazione dei mitocondri, e le vaste, serene, metafisiche, oltremondane immagini corali dell’epilogo. Nella sua memoria il miglior trattato di psicologia infantile-adolescenziale che mai la cinepresa abbia raccontato. Insieme ad “Amarcord”, di Fellini.

 Mr. e Mrs. O’Brien (Pitt and Chastain) sono le archetipiche biologie del maschio e della femmina piantati nei luminosi anni ’60 della cittadina di Waco, Texas. Bibliche, darwiniane rappresentazioni dell’aggressivita’ e dell’amore, della lotta per la sopravvivenza e della pace del grembo, dell’arte come conquista (Pitt e’ un mancato pianista) e della natura come artistica possibilita’ di pacifico oblio. I bisbigli heideggeriani fuori campo, ormai un classico dello studente Malick, lo mettono in chiaro fin da subito: si puo’ vivere secondo Natura o secondo Grazia.

 Le meravigliose orecchie a ventola del piccolo Jack (Hunter MacCracken) cercano, nelle lunghe giornate dell’epopea estiva texana, l’equilibrio nelle discordanti modulazioni che le due diverse didattiche gli propongono: i ceffoni spietati ed egoistici del Padre o i profumi, le bianchezze ed i vestiti a fiori della Madre. L’amore e l’antagonismo con il fratello minore, la morte di un amico, le domeniche in chiesa, la violenza dei criminali, e l’orrore degli storpi, il piacere della violenza, gli istinti patricidi, quelli incestuosi, le famiglie che si scannano al crepuscolo, o a tavola, le bande di amici, i pruriti fra i banchi di scuola etc, etc, etc. Fermati un attimo Sancio, e troverai, nella tua specifica forma, un microcosmo estivo come quello raccontato da Malick. In quei giorni veniamo plasmati per sempre.

 Malick ha girato esclusivamente con luce naturale, e l’estetica dei movimenti di camera e’ “memoriale”. Esiste un profondo tentativo sensoriale, “proustiano” nella regia. Gli innumerevoli oggetti, gli ostinati primissimi piani spingono l’immagine al limite delle possibilita’ artistiche. La regia di Malick vuole diventare natura. La grazia vuole diventare Natura. A questo si deve forse la lunghissima sequenza della “Genesi”, mezzora di stupendi effetti speciali di Douglas Tumbull, il medesimo compagno di merende visionarie di Kubrick in 2001. Il realismo scientifico delle cosmogonie e le aspirazioni religiose disegnano il passepartout entro il quale la vicende umane e familiari si agitano. Qualcuno ha rimarcato, con acume: “L’albero della vita e’ il film che la divinita’ bambina dell’ultima scena di 2001 avrebbe girato se fosse tornata sulla terra.” Kubrick e Malick non condividono soltanto l’ossessiva perfezione dell’immagine, il ristretto numero di film girati ed il terrore e la ripugnanza per le folle volgari di Holliwood.

 Non sono rimasto inchiodato ai titoli di coda come mi accade quando lo stupore mi impedisce di lasciare la poltrona. Fuori, una delle spettatrici, una racchietta fasciata da un brevissimo vestito leopardato, dava riposo ai piedi, levandosi il cilicio dei tacchi a spillo. Insolitamente faticoso, ho pensato, per un viaggio cinematografico lungo due ore.

 Presto guardero’ per l’ennesima volta “La sottile linea rossa”, solo per arrivare alla semplicita’ e la potenza che quel germoglio, insieme ai canti malaisiani, trasmette alla fine della pellicola. Malick ha trovato la perfezione nel racconto dell’Uomo. Descrivere Dio e’ impresa artisticamente pericolosa. Dante, piu’ furbo,umile ed ignorante, si fermo’ un attimo prima.

Del Potro.Djokovic.Fedrer.Murray.Nadal.Wimbledon.lettere.

Paride, Achille, Ettore, Menelao e Pippo: ascesa e declino delle grandi racchette.

Gufante Sancio Governatore d’Isole,

la nerboruta cavalletta serba dice di aver reagito d’istinto quando, soverchiato dalla memoria di tutte le decennali sfaticate sui campi, ha ingurgitato un ciuffo di fili d’erba del centrale di Wimbledon, edenico praticello dove aveva appena conquistato il piu’ agognato dei titoli tennistici.  Lo chiamerei peccato originale, visto che tutto mi pare fuorche’ un’erbofagia indotta dalle restrizioni esistenziali cui ogni sportivo professionista fin dall’infanzia si sottopone.

 Il bacio alla terra rossa dell’altro glorioso insetto tennistico, il grillo atomico Schiavone, e’ troppo vicino nella memoria perche’ la spontaneita’ del gesto di Djokovic non appaia come un eccellente episodio pubblicitario per gli annali della storia. Ma che vuoi, anche Nadal, nel 2008, dopo aver vinto la piu’ bella partita nella storia del tennis, s’arrampico’ su per le olivastre balaustre del centrale alla ricerca di mamma e papa’, non ancora divorziati. Anche lui copiava il buon Sampras, che dopo esser diventato il piu’ vittorioso fra gli impallinatori della storia, ando’ alla ricerca del padre, facilmente riconoscibile fra la folla per le sue sopracciglia corinzie d’immigrato greco nella terra dei sogni americani. Sussulti edipici, tensioni sessuali ed alimentari, convivono, anzi determinano, l’ineffabile bellezza di chi ha sacrificato milioni di istanti per il perseguimento di un obiettivo soltanto. Ed a tutti i sognatori, spontanei o meno, va la nostra piu’ alta considerazione.

 Con il raggiungimento della finale Djokovic diventa il numero uno della classifica mondiale, sorpassando, di qualche centinaio di punti il povero torello scornato di Nadal, battuto 5 volte in cinque diverse finali nel corso degli ultimi 6 mesi. Miami e Indian Wells sul cemento americano, Madrid e Roma sulle terre rosse europee. Poi l’erba del piu’ classico degli appuntamenti, l’isola britannica di Wimbledon. Insomma le ha prese su tutte le superfici, raccogliendo pochi game durante la semestrale toreada. Sanguinolento e’ crollato dove aveva toccato l’apice della sua carriera, sflosciandosi esausto nel crepuscolo londinese dopo aver negato a re Federer la conquista del record di 6 vittorie consecutive di Borg, e soprattutto provando a se stesso, dopo due consecutive sconfitte nello stesse circostanze (campo centrale e re Federer) di non essere un mero mulo da campo terroso. Ieri mirava alla conquista del suo 11 slam, che lo avrebbe portato a 5 titoli dai 16 di Federer, il piu’ grande di sempre. Nel quarto round, contro Pippo del Potro, s’e’ azzoppato, tanto per cambiare. Dall’infortunio al quadricipite nel 2009 al roland Garros, quando perse in 4 set contro quel vichingo stitico di Soderling, Nadal e’ stato impedito nella vittoria degli slam solo dagli infortuni. Spalla, caviglia, muscoli addominali, febbre, diarrea, gomito, unghie incarnite, emicranie, metatarsi scheggiati e via discorrendo. Vale a dire che ha vinto tutte le volte che  non e’ stato obnubilato dagli acciacchi. Nadal ha solo 25 anni, ma vanta tutti gli scricchiolii di mio nonno, curvatosi sulle spighe di grano per ventanni e sulle fornaci industriali per altri venti.

 Prodotto di una famiglia di sportivi di professione il piccolo Natale e’ stato dato in mano ad uno zio abbronzato ed incazzoso, che gli ha violentato la natura spostandogli, a 13 anni, la racchetta dalla sua mano naturale, la destra, a quello che sarebbe diventato un altro simbolo memorabile del tennis, il suo muscolato braccio sinistro. I due insieme hanno cambiato la storia recente del tennis, portando il militarismo prussiano sui campi da gioco. Poche ciance e tanti dritti in estatici top spin, che hanno esaltato tutti i lettori di Hemingway, adoratori dell’understatement  e della “grazia sotto pressione” della prosa, letteraria o tennistica che sia. Ovviamente io sono fra questi. Eroe violento vincera’ ad intermittenza fino ad essere scalcagnato dal piu’ godereccio dei Paridi. L’allegro Djokovic impersona bene il ruolo.

 Nonno Federer s’e fermato per il secondo anno consecutivo ai quarti. L’anno scorso  sorpreso dal diligente Berdich, ingaggiato ora da Peter Weir per un sequel dell’ Attimo fuggente, e quest’anno sconvolto da Mohamed Ali Tsonga, talento vigoroso destinato alla vacuita’ della teatrale grandeur francese. L’imperatore Adriano non s’e’ piu’ ripreso dalle botte prese dal barbaro nella finale del 2008. Pianse dopo aver perso la finale successiva, a Melbourne. La sua prosa di passaggio, la sua elegante filosofia decadente, ne’ serve and volley ne’ gutturalismo da fondo campo, s’e’ spenta con le sue ultime vittorie, quella a Wimbledon del 2009 contro Roddick ( che sveglia la bella moglie nel mezzo della notte orrificato dalla vole’ mancata nel secondo set, quando poteva chiudere il match) e quella negli states del 2010 contro la checca Murray. Con 16 slam e’ venerato ormai come divinita’ estinta, ed il suo mento ben rasato ed i suoi capelli da studentello di filosofia saranno solo per la paffuta moglie e le piccole pargolette che ciucciano biberon nike davanti alla televisione, coi nonni. Avra’ ancora qualche sussulto, come la finale di Parigi, in Maggio. Per il resto sara’ un’olimpica, silenziosa ascesa, Ettore peregrinante solitario per le altitudini dove le urla sgraziate dei nuovi eroi risuonano come triviali, orgiastici baccanali. Commentera’ per la BBC come Becker, fara’ del bene per i bambini disgraziati come Agassi e stara’ in tribuna in una gara di ciuffi argentati con Borg, mai superato.

 Poche parole per il numero quattro, Menelao. Murray ha ricevuto l’ennesima notifica della mediocrita’ del suo talento. Perche’ vinca uno slam Djokovic, Nadal, Federer e Del Potro devono essere sequestrati da un commando del MI5 travestito da jihadisti islamici. Le prossime olimpiadi  londinesi sono un’occasione da non perdere. I britannici, che hanno inventato le competizioni (da buoni colonizzatori) ma le hanno vinte solo quando erano gli unici a partecipare, potrebbero finalmente trovare pace. Cosi’ la madre di Murray, corvaccio oscuro e bavoso elemento da pub scozzese col vizio per i maschiacci latini (vedi i commenti su “deliciano” Lopez).  

 Il numero cinque e’ Pippo Del Potro, allampanato argentino gentile coi raccattapalle, di dritto lancinante, barba incolta e poche parole.  Non e’ forse abbastanza per creare un altro feticcio sportivo?