Lettere a Sancio Panza

Teatro delle Saline.Akroama.Teatro contemporaneo.società.

Stagione del (post)contemporaneo al Teatro delle Saline.

Con un briciolo di ottimismo si può osare un’identità fra i nostri tempi sciagurati e la stagione 2012-2013 del Teatro delle Saline di Cagliari: mentre il denaro latita e i muri si scrostano un manipolo di folli si china sul presente, lo rielabora, invitando le generazioni pure a prenderne visione, a perseverare nella tradizione del gioco. 

La stagione del teatro contemporaneo comincia il primo novembre con “L’ospite” di Simeone Latini e Nunzio Caponio. Televisione, guerra e Italia sono forme e contenuti del cinismo individuale, della distrazione di massa. In “Giocare col mondo” di Pier Francesco Loche e Luca Bandirali, il 15 e 16 novembre, un giovane italiano è un moderno passero solitario fuggito a Londra. Sul blog “Povera patria” canta soliloqui rivoluzionari ispirato dalle parole di Demetrio Stratos. Ambiguità e surrealismo frantumano in una risata la contemporaneità liquida: il 29 e 30 novembre Andrea Adriatico ripropone “L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi” di Copi. Bebo Storti e Fabrizio Coniglio sono autori e interpreti di “Banche, un ladro in casa” (6 e 7 dicembre), realissima prosa giudiziara plasmata negli strappi della commedia, viaggio nel destino kafkiano degli individui puniti da invisibili tribunali bancari. Gennaio termina con “Giorni felici” di Samuel Beckett, diretto da Lelio Lecis e interpretato da Lea Gramsdorff e Tiziano Polese. Nel deserto matrimoniale il denso e claustrofobico monologo di Winnie è l’ultimo strumento per resistere all’irreale, un’involontaria ascesa al metafisico. “Fritto misto e baccalà” di Marta Proietti Orzella (14 e 15 febbraio) è una eclettica cavalcata musicale nella storia recente (e interrotta) dell’avanspettacolo italiano. Si ride e si riflette sulla tomba, il 28 febbraio, ancora grazie alla Proietti Orzella, con “La morte di Piero”, ispirato al romanzo di Achille Campanile e interpretato dagli allievi del laboratorio teatrale over 30. Festa delle donne e cerimonia di chiusura baciate da “C come Chanel” di Roberto Piana, viaggio nella densa e avanguardistica esistenza della “Mademoiselle”, interpretata da Milena Vukotic. 

Parallelamente ai vecchi del contemporaneo l’invito alla meglio gioventù, ormai educata al silenzio e alle ombre del palcoscenico. Sono 1200 gli abbonamenti dei ragazzi di medie e superiori. Anche da Isili, Iglesias, Oristano. Si interrogheranno su “L’ospite” e “Giorni felici”, verranno accompagnati da Latini e Caponio in una “Gita all’Inferno”, Dante senza la zavorra delle note a piè pagina. E Shakespeare, con il sogno lieve de “La dodicesima notte”. Da ottobre ad aprile anche il teatro per i ragazzi delle elementari: “Pollicino”, “Hansel e Gretel”, “Il clown ridolino”, “Il gatto con gli stivali”, “Il lupo sentimentale” e “I vestiti nuovi dell’imperatore”.

Il teatro domenicale delle famiglie ha già fatto il sold out. Lo spazio si libererà solo dal 25 al 27 dicembre quando la platea sarà per le famiglie indigenti e i bambini dell’Ospedale Microcitemico. «Non scegliamo solo spettacoli che funzionano. Rischiamo», spiega il direttore artistico Lelio Lecis. «Può tradursi in una cosa orrenda o in un successo inaspettato. Rischiare fa parte del nostro mestiere. La gente ci perdona». Cioè 28.000, nel 2012.

Luca Foschi  

Pubblicato su L’Unione Sarda il 13 ottobre 2012. 

società.sardex.banca del tempo.Finanza etica.

Sardex e Banca del Tempo: la rivoluzione vale almeno un soldo.

Rivoltate come un calzino Atene che brucia le svastiche (pur ospitandole in parlamento) e vedrete Aristan, città fluttuante nota per le anarchie della sua felice Università. Utopia e Monopoli (con accento sulla seconda O), Aristan passa dal via e, con la conversazione “Dribbling sull’euro” del Lazzaretto di Cagliari, fonda il proprio sistema bancario. Gli aristanesi, d’ora in avanti, pagheranno le cene a lume di candela in sardex e mezz’ore. Un atto di innocente emulazione, visto che queste “valute alternative” sono da tempo impiegate con successo in Sardegna. 

Padre della moneta virtuale sardex è Gabriele Littera da Serramanna, che dalla Gran Bretagna, nel 2008, intreccia via Skype opinioni con altri tre goliardi sull’infezione finanziaria che viene da Wall Street. Gabriele studia lingue. I suoi amici sardi sparsi per il continente filosofia, lettere e marketing. Un messaggio per chi ha voluto strozzare le facoltà umanistiche in Italia. Ma per i quattro mori la domanda è: esiste un’alternativa alla finanza degli squali, alla morte dei pesci rossi sardi? 

La risposta si trova in Svizzera, dove dal 1934 esiste, in reazione alla crisi del 1929, la valuta complementare Wir. Il quartetto studia il fenomeno. Poi strizza i risparmi fino all’ultima goccia, si chiude in un casolare a Serramanna e stampa, su internet naturalmente, la moneta virtuale. 

Sardex, dice Littera, è «una camera di compensazione di crediti e debiti». Come funziona? Semplice, o quasi. Il ristoratore Mario nell’ultimo anno ha speso 100 mila euro, incassandone 120. Il suo business si riassume in 50 voci di spesa: consulenze, salsicce, pubblicità. Mario vorrebbe incrementare i suoi introiti di 10 mila euro. Littera individua le voci di spesa che sommate raggiungono l’ammontare. Mario entra nel circuito. Mette a disposizione il suo ristorante per un totale di 10 mila euro. Il suo nuovo fonitore di salumi trascorre, al tavolo, un meraviglioso anniversario con la moglie. Poi paga, strisciando una carta che non elude il fisco, in sardex. Mario investe i nuovi crediti in una pagina di giornale. Il giornale in un nuovo software per la redazione. Difficile riassumere il meccanismo elaborato dai quattro mori e dai loro recenti emuli piemontesi e siciliani. Ma non esistono interessi, gli scambi proliferano nel territorio, il circuito coinvolge oggi 800 aziende e muove beni e servizi per 40 milioni di euro. Finanza etica, in una parola. Ora sono gli incravattati della banca centrale dell’Ecuador a visitare Serramanna. 

Se i sardex nascono in Europa le mezz’ore in assegno nascono nei rioni di Oristano. Merito di Peppe Lai e della sua Banca del Tempo, ispirata all’antropologia di Mauss e a quella de “s’aggiudu torrau”. Gli iscritti alla banca mettono a disposizione la propria arte per un certo numero di ore: dalla produzione di zippole alle ripetizioni di fisica quantistica. Il valore non cambia. Una mezz’ora è una mezz’ora. Ogni iscritto riceve un carnet di assegni. Un sito mette in rete nomi, recapiti e competenze, il tempo degli esseri umani. Nessun interesse intorno. Solo la volontà di un altrove economico e culturale, il luogo dove Aristan ha piantato i pilastri della sua zecca di stato.
Luca Foschi

Pubblicato su L’Unione Sarda l’11 ottobre 2012.

Miss Sardegna.Miss Italia.società.Sonia Schiavon.

Miss Sardegna c’est moi: viaggio nelle bellezze dell’Isola.

I vent’anni di Sonia Schiavon sono esausti nella vocina che arriva dalla stanza dell’Hotel Adua di Montecatini. È mezzanotte. La giornata è stata un vero inferno per le ventuno rappresentanti dell’italica bellezza: in fila per due, il caleidoscopio del make-up e il cilicio dei tacchi, la compagna di stanza che scopiazza il discorsetto per la telecamera, la mancia proibita al cameriere per sigarette e chewingum. Ma la nostra Miss Sardegna è preparata. Dai primi di giugno all’incoronazione del 18 agosto ben venti selezioni in giro per l’Isola. Tutte meno una. Perché Sonia studia per diventare operatore sociale, ma vuole, naturalmente, «lavorare anche nel mondo della moda». 

L’avventura comincia con una firma. Una firma in calce a un regolamento di 28 pagine. Letto prima di firmare? «No, in effetti no. Mi fido dei professionisti, però», risponde Vanessa Castagna, 26 anni, appena tornata da Montecatini. Eliminata nelle prefinali nazionali: «Una liberazione», dice. Musa di Miss Italia in Sardegna è Michela Giangrasso, esclusivista regionale del concorso dal 1997. Come si diventa esclusivisti regionali? Si acquista il marchio dalla Miren, gloriosa società fondata da patron Mirigliani. Poi, chiarisce l’articolo 7 del regolamento 2012, tutti gli esclusivisti regionali operano quali sub-concessionari della Miren, in regime di totale autonomia.
Dal 2000 il feudatario della bellezza in Sardegna è la MG, società della Giangrasso. Il suo lavoro piace ai Mirigliani. Il contratto, annuale, viene confermato per 12 anni. «Non si finisce mai di organizzare Miss Italia». I contatti, in inverno. Le piazze, d’estate. 

È giugno, 200 bellezze isolane sognano, firmano. Bisogna organizzare le selezioni. Le selezioni sono uno show. Lo show sono le ragazze, quattro persone e una telecamera, il team della Giangrasso. Lo show, collaudatissimo, si deve vendere. A chi? A comuni e privati, le piazze. Si gira la Sardegna, municipio dopo municipio. Il pacchetto si vende, quest’anno, per ventuno volte. «Il 2012 è stato terribile», spiega la Giangrasso. Le vendite sono calate. Non nel numero, ma nel guadagno. “Se prima si poteva vendere a 12 euro o a 8, adesso si vende a 3, a 4, a 5”. Bisogna aggiungere tre zeri, naturalmente, perché la crisi globale ed il patto di stabilità si manifestino sotto i tacchi delle Miss. Nell’aggiornatissimo sito del comune di Lanusei la delibera è dell’8 agosto. A Miss Italia vanno 3000 euro. 4000 per il piccolo comune di Aritzo, dove la selezione, dice l’assessore al turismo Salvatore Daga, «è uno degli eventi più importanti dell’estate». 20.000 per Villasimius, palcoscenico della finale regionale 2011: «Alberghi e negozi pieni, una splendida vetrina per un comune che vive di turismo», spiega l’assessore Giuseppe Gagliardo. La crisi ha imposto una riduzione dei costi. Quelli di trasporto i primi ad essere eliminati dalla Giangrasso. Miss Italia tende verso Cagliari. Al Tennis Club di Monte Urpinu «una splendida serata per i nostri soci, un ottimo ritorno di immagine per il club», spiega il direttore Alberto Palmieri. «Lo si fa per passione, per il sogno delle ragazze, non certo per i soldi», sorride la Giangrasso, che ha chiuso i conti in negativo, quest’anno. 

Ma Sonia ha vent’anni e un sogno che comincia sempre da Arborea. Vanessa ne ha 26, da sette ronza intorno alle passerelle, dove si sente forte, sicura. Commessa in un negozio di abbigliamento a Pula, è sfuggita ai fumi di Sarroch con le lingue del suo diploma. Un periodo buio, miss Italia per non aver paura. Chiede un permesso e via. Quattro selezioni, la fascia di Miss Rocchetta e la finale regionale in piazza L’Unione Sarda. 

Ma dopo Cagliari, dopo Montecatini, non il corpo ma la virtù è necessaria perché la fantasia non si fermi a qualche sfilata di provincia, per 80 euro a serata. Vanessa Castagna ha fondato una piccola società e organizza eventi per valorizzare i territori strozzati dalle industrie. Quindi buonanotte Sonia. E sogni d’oro, Miss Sardegna.

Luca Foschi

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VELENI, TRUCCHI E SOGNI NEL MAGICO MONDO DELLE GIOVANI MODELLE 

“Ho avuto paura delle sbandate”, racconta Michela Giangrasso, organizzatrice di Miss Italia in Sardegna, riferendosi ai suoi 18 anni. Era il 1987 e inseguiva il sogno che ora amministra per gli altri. Milano e la Svizzera per capire che “le proposte e i soldi” puzzavano di marcio, il conseguente ritorno nell’isola.

“Sono stata io, nel ’97, a insistere per una riforma delle giurie, poi estesa a tutto il territorio nazionale. E’ stato uno dei primi punti affrontati con Patron Mirigliani- continua la Giangrasso. “Perche’ pensavo, e tutt’ora penso, che molti concorsi siano truccati”. 

Il “tanto-si-sa-in-anticipo-chi-vince” si e’ mescolato ad un ghigno nella bocca di molti, quando, il 19 agosto, i giornali hanno riportato la notizia di sospette irregolarita’ nelle finali regionali di Sardegna e Liguria. A Rapallo la votazione si e’ dovuta ripetere, ribaltando il risultato iniziale. A Cagliari i genitori di Federica Satta, arrivata seconda, fermano Michela Giangrasso dopo la premiazione, per dirle: “non doveva andare cosi’ “. 

“Ho chiesto io a Federica di partecipare, quest’anno. Ma chiedere non vuol dire decidere”, afferma la Giangrasso. Calcolatrice alla mano le schede vengono riesaminate. Vince Sonia Schiavon. Federica Satta, Miss Cinema, la sera stessa rinuncia alle prefinali nazionali. La notte porta consiglio. Federica chiede di poter rientrare. Gli avvocati di Montecatini negano. Cosa le ha detto al telefono la Satta? “Preferisco non rispondere”, replica la Giangrasso. 

Tutto in regola, quindi, dal 1997 ad oggi. Ma prima? “Le finali regionali sono sempre state precedute da una selezione “tecnica”, operata da una giuria di esperti, a porte chiuse”, racconta Maurizio Ciaccio, organizzatore di Miss Italia in Sardegna nel ’96 e ora esclusivista per Miss Universo. “La giuria d’onore, nella serata finale, poteva solo decidere l’ordine delle prime tre. I risultati parlano da soli. Nel ’96 ho portato alla finale nazionale quattro ragazze fra le prime venti, con due titoli minori”. 

E aggiunge: “Purtroppo riceviamo tante pressioni per le ragazze. Dieci anni fa una persona potentissima ha spedito un emissario per dirmi “sarebbe il caso che questa ragazza vincesse”. La Risposta di Ciaccio? “Datemi due miliardi, signori. Io faccio vincere la ragazza. Il giorno dopo chiudo bottega, e lascio l’Italia”. 

 LF 

Articoli pubblicati su L’Unione Sarda il 4 settembre 2012.  

Archeoastronomia.Pleiadi.Santu Antine.SAugusto Mulas.Arnold Lebeuf.società.

Galassie nuragiche: gli archeoastronomi

Alle 21.01 di sabato 23 giugno il sole, tramontando nel suo solstizio estivo, è andato ad incastonarsi nell’asse costituito dalle torri nord ed est del maestoso nuraghe di Santu Antine, a Torralba. Cronaca archeoastronomica: chi, dove, quando, come e soprattutto perché. Per Paolo Littarru e Mauro Peppino Zedda, atipici cultori di una disciplina guardata con sospetto a Cagliari e Sassari ma ormai curricolare a Cambridge, non vi sono dubbi: il Santu Antine è un nuraghe «non soltanto astronomicamente orientato, ma astronomicamente concepito». Niente affatto, insomma, la fortezza di un popolo bellicoso, ma un elaborato ragno di pietra dal quale si dipanano i fili di un anelito cosmico. 

Nel volume “L’isola sacra” del giovane studioso Augusto Mulas un’altra «stupefacente coincidenza»: sette fra i nuraghi del complesso di Torralba non sarebbero altro che l’immagine specchiata dell’ammasso stellare delle Pleiadi. «Durante uno dei miei tanti sopralluoghi a Torralba - racconta Mulas - mi sono reso conto che tre nuraghi del complesso non erano visibili dal Santu Antine. Si trovano in una valletta sottostante, sono equidistanti (180 metri) e in continuità visiva tra loro. Caratteristiche che non supportano il paradigma del nuraghe-fortezza. Pensai agli studi di Zedda. La soluzione era nelle stelle». Asterope e Culzu, Taigete e Longu, Celeno e Fraigas, Elettra e Banzalzas, Merope e Oes, Alcione e Santu Antine, Pleione e Cabu Abbas: unendo rispettivamente stelle e torri fra loro, si ottiene un punto interrogativo adagiato sulla groppa, la corrispondenza fra cielo e terra. 

Le ipotesi archeoastronomiche costituiscono soltanto l’appendice del canone interpretativo messo in dubbio da Mulas. “L’isola sacra” interroga il paradigma di Taramelli e Lilliu. Non esiste una chiara ed estesa razionalità architettonica che spieghi esaustivamente l’interno e l’esterno nuragici: l’angustia, le nicchie, i resti e i bronzi votivi invenuti, la disomogenea dislocazione “difensiva” delle costruzioni sul territorio. Il canone non rifiuta l’idea dell’uso cultuale. La integra in una struttura “polivalente” o la fa scivolare in un momento successivo, come evoluzione e commistione culturale. Ma le ipotesi di Mulas convergono sul “T-meno-uno” nuragico: le strutture vengono erette per protendersi verso il cielo, non per difendersi dalla faida intestina. «Purtroppo la scarsità dei finanziamenti, i lunghi tempi della verifica scientifica e la diffidenza reciproca fra gli studiosi impediscono scoperte che potrebbero trasformarsi in un enorme potenziale culturale ed economico», afferma Mulas. 

Dal sole alla luna, dalle fortezze alle cavità: il pozzo di Santa Cristina di Paulilatino è sfuggito alle diatribe per presentarsi all’Europa. Prima, nel maggio 2011, con la monografia di Arnold Lebeuf “Il pozzo di Santa Cristina, osservatorio lunare”, e poi, pochi giorni fa, con “Il mistero del pozzo della luna”, articolo scritto da Ulf Ludeke, giornalista tedesco trapiantato in Sardegna, per la prestigiosa rivista scientifica “Wunderwelt wissen”. Secondo Lebeuf il pozzo sarebbe non solo un osservatorio astronomico a carattere lunare, ma un sofisticato strumento di previsione delle eclissi. Secondo Ludeke «manca la coscienza dell’unicità dei beni culturali sardi» e «l’etichetta non viene utilizzata in maniera aggressiva». E «aggressivo» non è uno sforamento semantico del bilinguismo, ma un aggettivo che descrive la capacità di fascinazione del turismo europeo. In questo spazio, ad armi pari, sarebbe bello assistere alla tenzone accademica.

Luca Foschi, L’Unione Sarda del 23 agosto 2012. 

Cuncambias.San Sperate.Antas teatro.società.

Cuncambias 2012, da su connottu all’utopia.

Cosa abbiano provato Tziu Giuliu, il centenario, e Gilberto Collu, giovane affetto da sindrome di down, nel vedersi protagonisti del filmato che come ogni anno racconta in apertura la natura del Festival sansperatino di “Cuncambias” è affare di una poesia ancora da scrivere. Sarebbe occorsa la penna di Anselmo Spiga, l’inchiostro che ricostruisce dopo l’obliterazione de S’unda Manna. Ma l’onda ha portato via Spiga, lasciando fra le strade blu di San Sperate il seme di una passione per l’identità di un piccolo popolo. Da nove anni il rione di S. Giovanni diventa “Cuncambias”, verbo, festival e catarsi collettiva. 

È forse lecito affermare che negli occhi di Tziu Giuliu e Gilberto vivesse in quei momenti una sterminata comunità. La parte che compone il tutto, il tutto che sublima la parte. Perché “cuncambiai” significa incontrarsi, confrontarsi, scambiare. 
Negli ultimi giorni di luglio è stato teatro, musica, letteratura, tecnica artigiana, tavole imbandite per la strada e persone e artisti nel gentile, reciproco cannibalismo delle differenze che scompaiono. «Negli anni abbiamo progressivamente abbandonato l’idea di portare al festival i grandi nomi», spiega Giulio Landis di Antas teatro, organizzatrice della manifestazione insieme all’associazione di solidarietà Libera la Farfalla. 

Perché i pezzi da novanta arrivano, partecipano, ripartono dopo aver lasciato un segno di alterità. Osmosi imperfetta per un festival guidato quest’anno dal tema “Da su connottu all’Utopia”. La parte e il tutto, la memoria e il futuro sono gli assi cartesiani dove si raccoglie una parabola identitaria. Nessun campanilismo becero e conservatore. Piuttosto l’appartenenza a una vibrazione che nel cosmo dell’occidente globaleggiante riconduce alla densità del conosciuto e del circoscritto. Come ridestarsi dopo un volgare e inafferabile sogno d’infinito. 

I grandi nomi non sono venuti tuttavia a mancare. A cominciare da Fabio Tidili, giovane sansperatino costretto nella sedia a rotelle, presentatore di tutti gli appuntamenti tenutisi in piazza S. Giovanni. Per passare poi dagli incontri letterari con Giulio Angioni e Giomaria Bellu al reading-dibattito in compagnia di Domenico Finiguerra. Perché sì, può esistere un mondo dove la bellezza del territorio, se preservata, diventa elegante voce collettiva. Ma anche Emanuela Nava e le colazioni con i bambini a casa Brisu. O Francesco Abate per parlare di sofferenza, empatia e rinascita. Per strada pargoli e adulti imparavano a filare la lana sarda, la memoria perduta riscoperta nel gesto. Negli afosi week-end di fine luglio circa 8.000 anime hanno popolato le viuzze imbrattate d’arte.

«Abbiamo anche trovato il tempo di affrontare con la comunità un tema che aveva destato vergogna in molti di noi: la reazione razzista all’ipotesi, venuta dalla cattiva informazione, che 400 Rom avrebbero trovato albergo nel nostro comune», racconta Landis. E non potrebbe che chiudersi così la storia di “Cuncambias”, come si apre l’epopea della Macondo di Marquez: con l’arrivo dei tamburi e degli zufoli di Melquiades.

Luca Foschi

Pubblicato su L’Unione Sarda del 10 agosto 2012